Apprendere dall’infortunio

Sono ancora in una fase di comprensione riguardo questa esperienza. Con il passare del tempo e il susseguirsi degli eventi, il valore e gli insegnamenti iniziati da quel duro momento, variano nella loro forma e nei contenuti.

Non avevo strumenti efficaci per gestire in maniera sana quel periodo ma in qualche modo sono riuscito a sopravvivere. Ho toccato punti molto bassi, i miei pensieri erano distruttivi, mi trovavo per la prima volta in un turbine di sensazioni, emozioni e dolore mai sperimentati prima. Mi percepivo al di fuori del mondo e mi pensavo inutile. Il mio entusiasmo verso la vita era evaporato fuori di me…

Ho avuto una grande paura!

In questo momento di scrittura mi trovo in Francia, nella Valle dell’Ubaye, nel centro di Barcellonette dove ho ripreso un progetto che avevo programmato per il 2023, prima dell’infortunio. Sono qui per allenarmi con lo sci alpinismo, voglio migliorare in questa disciplina che mi consente soprattutto di costruire una grande base aerobica per la prossima stagione di trail running sulle lunghe distanze. Inoltre è il modo per stare in montagna anche d’inverno ed allenarsi in altura tramite attrezzi che grazie allo scivolamento annullano gli impatti articolari. 

So di essere qui anche per altri motivi. Compagni di allenamento, il posto e semplicemente la luce riflessa delle montagne mezze innevate e mezze marroni che rendono difficile comprendere come sia possibile sciare e trovare neve in un vallone mentre  in quello a fianco sarebbe possibile soltanto correre.

Riprendere un progetto. Dopo la seconda operazione ho aperto l’ascolto del cuore. Mentalmente ero esausto e nei mesi prima tra riabilitazione e il batterio avevo faticato anche fisicamente.

La prima cosa che ho fatto in realtà già prima della seconda operazione è stato iniziare a meditare. E’ successo la prima volta mentre tornavo dalla Liguria il weekend prima di essere ri operato. Mi ero fermato in riva al mare e dopo un cono gelato ho fissato gli scogli, mi sono seduto sulla prima roccia piatta e ho provato a concentrarmi soltanto sul mio respiro per cinque minuti… Progressivamente ho aumentato da cinque a sei, otto, dodici e così via fino a quasi mezz’ora di attività. Dopo l’operazione meditavo con la gamba destra allungata, non riuscivo a piegarla, era gonfia, enorme, i muscoli offesi e sessantanove punti di sutura tenevano tutto chiuso.

Meditare mi portava chiarezza di intenzioni e leggerezza di spirito, proprio ciò che ricevevo prima da un’easy run o da un’attività all’aria aperta.

Non ero sicuro di poter tornare a fare sport come piace a me, tuttavia non ho mai perso la speranza.

Il piano è stato non avere piani e recuperare il mantra “faccio tutto il possibile con ciò che ho” e in quel momento là, in cui mi era mancata anche la salute, il primo pensiero era ritornare ad averla.

Pian piano le cose si mettevano meglio e io ero sollevato dal peso di ogni aspettativa. Il mio più grande trionfo era il quotidiano, un infortunio così grave insegna innanzitutto l’importanza delle fasi della giornata.

In alcuni momenti ero molto attento all’ascolto sia di me stesso che delle altre persone e queste due cose mi facevano sentire enormemente bene. La vita pare più lenta quando non c’è lo sport, è come se l’attività fisica mi accelerasse e ad oggi posso confermare che è così. Una cosa che è aumentata in me è l’empatia verso chi è dentro un momento difficile. Gli occhi delle persone possono leggersi e avendo attraversato questa esperienza cerco di offrire aiuto, soprattutto con l’ascolto perché penso sia uno dei più grandi doni che possiamo offrire con la comprensione ed il tempo per mettere in pratica queste due cose.

Forse non l’ho mai scritto prima ma chi mi conosce meglio sa questo pensiero. Prima della gara di Nizza, dove sono caduto a pezzi, non riuscivo a vedermi in fondo. Benché avessi eseguito la ricognizione completa del percorso, nonostante avessi la crew composta da Mauri, Paolo e mio papà al seguito. Per tutta la stagione non ho avuto alcun tipo di problema fisico ma la settimana precedente alla corsa emotivamente fu molto difficile.

Di solito la parte di preparazione la adoro. Curare i dettagli e prevedere tutto ciò che è sotto il mio controllo è un modo per ripassare il percorso ed immaginarmi passo passo per poi ricreare quei momenti dal vivo. Invece faticavo ed ero demotivato. Malgrado ciò ricordo di aver pensato che non si può correre solo quando la motivazione è al top e con la solidità costruita durante anni di allenamenti ben strutturati sarei stato comunque solido per finirla… Adesso so due cose: la prima è che non fisserò più gare in date fisse dalla primavera per la seconda metà della stagione e secondo che se arriverò con delle sensazioni così negativamente forti, accetterò di rinunciare a prendere la partenza.

Ho compiuto un sacco di imprese sportive quest’estate. In una normale stagione di trail running non avrei neanche pensato di farle. Ultra challange ciclistici che mi ispiravano da tempo e che mi hanno fatto comprendere una cosa importante: anche nel trail voglio allungare le distanze e la complessità della competizione. Mi piace l’endurance, la gestione logistica e mi piace il mental game finalizzato alla ricerca di soluzioni!

Ho viaggiato in bikepacking, studiandomi progetti di due o tre giorni fino ad un mese in giro per l’Europa. Ho fatto questo per costruire una solida base aerobica divertendomi.

Evidentemente non si riparte da zero dopo un infortunio. C’è un momento in cui le capacità sono al di sotto dello zero ma questo limite è dovuto alla rottura. Man mano che si riprendono le abilità motorie anche la memoria muscolare riemerge e usciti dal momento di stallo sarà molto più veloce recuperare le precedenti abilità soprattutto in presenza di un lavoro consistente e costruito negli anni.

Tutte le attività svolte a regimi aerobici hanno portato i loro frutti. A fine novembre, durante il test Vo2 di corsa su tapis in ReAction, ho registrato il valore personale più alto di sempre (a 31 anni compiuti da un pezzo).

Abbassando ogni aspettativa e coltivando principalmente l’ambizione del provarci ho sperimentato la riuscita di alcuni progetti senza essere specificatamente preparato. Queste situazioni mi hanno restituito molta fiducia sia nei miei mezzi che nella solidità degli anni di allenamenti. In più mi piace l’idea di essere più propenso all’avventura e questa qualità voglio riuscire a portarla anche nelle competizioni a cui prenderò parte nel 2025. Lasciarmi sorprendere e mettermi in gioco anche quando non sarò al top. Ho capito che l’avventura è propedeutica agli sport di resistenza sulle ultra distanze perché non esisterà giornata o competizione lunga in cui tutto andrà come previsto.

Esponendoci a situazioni in cui la gestione dell’imprevisto fa parte del contesto, sviluppiamo naturalmente l’abilità al problem solving e l’agio in quel contesto. 

Da quando ho ripreso gli allenamenti svolgo ogni seduta con molta presenza. Sono più concentrato, riesco a vedere e sentire meglio. Poter allenarmi lo reputo un dono e questo è il motivo per cui dedico molta presenza. Oggi questo è ciò che mi basta per sentirmi ok, anche quando le cose vanno meno bene, le sensazioni magari non sono ottime, perché ricordo bene quando andavano peggio.

Da un secondo all’altro tutto può cambiare e ho deciso che voglio lasciare fuori dalla mia bolla tutte le distrazioni che possono riportarmi a terra. Sono consapevole dell’esistenza dei molti fattori fuori dal mio controllo ma almeno posso mettercela tutta, tutte le buone intenzioni per cercare di prevenire almeno miei eventuali errori. Questo è connesso alla presenza.

Ho deciso spontaneamente di rendere centrale in questo momento di vita il mio sviluppo atletico. Prima dell’infortunio avevo una situazione adatta per farlo, dopo quella caduta sono cessati contratti e collaborazioni. Ho ripreso questa strada cambiando un po’ di cose, mettendomi in gioco in prima linea.

Durante i mesi di riabilitazione, quando ancora non potevo correre, ho iniziato a investire tempo ed energie nel creare strumenti di comunicazione. Ho pensato e pianificato a medio termine pur non avendo gli strumenti (fisici) per essere certo di finalizzare questa programmazione.

Dopo l’attività di creazione è iniziato il processo creativo e di diffusione della mia visione sportiva. Di questo racconterò magari più avanti ma ciò che voglio condividere è come l’infortunio mi ha portato chiarezza circa ciò che voglio fare e come lo voglio sviluppare. 

Per me è importante capire ed essere al centro dei progetti che ritengo importanti, soprattutto quando questi sono in fase embrionale, ho modo di comprenderne le complessità, ricercare soluzioni, continuare ad esplorare percorsi poco battuti, credere nelle possibilità ed anche in me stesso, definirmi con le azioni che decido di intraprendere nel quotidiano. Tutte queste fasi mi permettono anche di stare meglio in ciò che faccio ed evitare la sindrome dell’impostore che si fa viva ogni volta in cui mi ritrovo in una posizione senza aver avuto, quello che soggettivamente penso debba essere l’adeguato background.

I progetti hanno possibilità di riuscita e di fallimento, insegnano sempre. Il coraggio di intraprendere per me è già un premio importante perché porta comunque valore in termini di autostima.

Avrei fatto sicuramente a meno di un infortunio così grave. Tuttavia volevo evolvere verso il momento in cui qualcosa di tutto questo potesse tornare utile. La cosa che mi sento di consigliare è di non aspettare la fine di un percorso per poterlo comprendere, a volte potrebbe essere troppo tardi o non arrivare mai.

Chiedere aiuto ci rende vulnerabili ma nell’umanità dev’esserci ancora un grande valore. So che è così, l’ho sperimentato.

In primis la mia famiglia e poi le persone di confidenza, quelle che sentiamo davvero vicine, oppure un perfetto sconosciuto che può capire perché ha già vissuto quei momenti. I medici che hanno voglia di indagare, di andare a fondo… Perché la medicina non è una scienza esatta e la differenza la fanno sempre le persone.

Adesso mi sento più disponibile a restituire un po’ di valore all’umanità che mi ha salvato.


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