Allenamento. Sviluppo di una filosofia

L’allenamento è adattamento. Ripetizioni forgianti abitudini. Ricerca di evoluzione e apprendimento

Allenarsi per qualcosa è cercare l’adattamento tramite azioni pensate, programmate e ripetute che creeranno un’evoluzione nel tempo tramite l’apprendimento e l’automatizzazione. E’ un discorso che vale per ogni situazione, più o meno complessa. Come umani siamo esseri in grado di adattarci a molteplici situazioni, la capacità, la profondità e la velocità nel farlo dipendono molto dalla nostra motivazione in primis, perseveranza, intenzione e curiosità  a sviluppare determinate caratteristiche. Dobbiamo prendere coscienza di questo potenziale e cercare di fare chiarezza rispetto a ciò che ci interessa sviluppare, prenderci le nostre responsabilità e quindi metterci in una posizione di controllo. Decidere dove mettere il focus implica mettere in secondo piano cose meno importanti, talvolta lasciare andare. Anche questo è un processo difficile ma propedeutico allo sviluppo dei nostri reali interessi. Anche per questo dobbiamo allenarci!

Non si parte mai dall’essere “al top”, e va bene così. La progressione è un processo a velocità variabile e mai troppo lineare. Credo molto nell’influenza di chi prendiamo a modello e allo stesso tempo credo che sia un bene lasciarsi ispirare, tarando tutto al nostro punto di partenza per sviluppare un percorso individuale. Trovare un equilibrio tra due situazioni: ciò che è importante eseguire e ciò che dobbiamo sperimentare senza avere un possibile risultato prestabilito.

Ricercare:

per trovare bisogna settare l’attenzione sulla ricerca. Prendo l’esempio di una ripetuta in una serie. Lo svolgimento è meccanico, quando eseguiamo la ripetuta non c’è spazio per molto altro, ma il come ci predisponiamo a quella ripetuta varierà il risultato nella qualità del lavoro. Ho pensato al posto ideale dove farla? Sono nel posto giusto per farla? Ho provato ad immaginare le sensazioni che potrò provare? Se sarà un giorno “difficile” che mantra userò per accogliere quella fatica? Se sarà un giorno più facile saprà bastarmi quell’allenamento? Cosa posso dirmi o immaginarmi per “cercarlo il più lontano possibile”? Come posso convivere meglio con la fatica di quel momento? Conto i passi? Cerco un punto che non fa male? Dov’è il mio sguardo? Sorrido? Sto inseguendo o scappando dall’avversario?

Profitez bien:

c’è un momento, quando tutto sembra scorrere, quando le cose vengono più facili, quando qualcosa ci riesce bene e attorno a noi la condizione è favorevole. I pianeti sono allineati… Questa situazione la percepiamo ma fatichiamo ad accoglierla. Ci spaventa, se non impariamo a meritarla, può essere che quest’aurea evaporerà via da noi prima che qualcosa di realmente complicato e faticoso arrivi. Profitez bien è il momento in cui ci meritiamo di fare al massimo ciò che ci interessa fare, ciò che se è arrivato grazie all’intenzione, all’impegno e alle scelte merita di essere goduto.

C’è una voce che nasce nella testa ma che se inizia a rimbombare invade corpo e spirito… Ti sei mai detto anche tu: “Non sono abbastanza bravo, non me lo merito, prima o poi tutti capiranno il bluff? Ecco, benvenuto nella sindrome dell’impostore.

Non importa quanto lavoriamo sodo, quanto ci prepariamo o quante volte abbiamo dimostrato il contrario: quella sensazione di essere fuori posto, di non essere all’altezza, arriva sempre nei momenti meno opportuni. Qui apriamo il confronto sterile intorno a noi dove tutti sono più bravi, pronti e preparati. Dobbiamo arginare tutto questo nella nostra testa.

Capita a tanti se non a tutti di sentirsi così. Soprattutto a chi ha ambizione e pretende tanto da sé stesso. Ma la sindrome dell’impostore è un ladro silenzioso: ruba energia, concentrazione e ti tiene bloccato in un ciclo di dubbi e insicurezze. 

Quando ho iniziato a scrivere questo articolo era inizio gennaio e il mio impostore interno era altrove. Oggi, 31 gennaio, ho ripreso a scrivere questo articolo e proprio ieri, mentre ero ad allenarmi sugli sci a La Mongie, il mio impostore è venuto a farmi visita. Durante l’esercizio di ripetute 1’ a blocco/1’ di riposo vorrei sempre essere nella condizione per dirmi solamente piccole parole incoraggianti utili a sorpassare i limiti imposti dalla percezione dello sforzo. Quando sono con l’impostore mi è difficile rimanere in asse, in sincronia. A forza di averci avuto a che fare almeno adesso so riconoscerlo e ho provato ad allontanarlo. Non ero soddisfatto a pieno del mio allenamento ma ho evitato di darmi in testa, ho accettato il mio stato emotivo e ho cercato di fare il massimo considerato il contesto.

Questo è un esempio, un allenamento nel corso di una stagione, di una carriera o della vita è roba da poco ma questo concetto è applicabile ad ogni contesto. Penso che se non arriviamo ad accorgerci, ad accettare e a lavorare sulla mancanza di presenza nelle nostre azioni per qualsivoglia motivo, vivremo una vita frustrante ed insoddisfacente. La somma delle piccole azioni genera conseguenze…

Mi gratifico di più quando le cose vengono bene. Ne parlo e le condivido con la cerchia di persone che stimo e, confrontarci su questo “mal comune”, aiuta entrambi a evolvere cercando spunti positivi da cui ripartire per il mentale.

Confronti: Personali e collettivi. Allenamenti e competizioni. Adoro allenarmi e se dovessi scegliere tra allenamento o competizione, sceglierei il primo. Ci sono infiniti challenge personali da ricercare nel training e nessun allenamento sarà uguale ad un altro benché sia uguale su carta. Varia perché variamo noi, perché ogni allenamento precedente ha un effetto sul successivo e perché possiamo ricercare i dettagli solo dopo aver acquisito delle grandi e solide basi generali.

L’esempio della ripetuta di prima può essere applicato anche ad allenamenti più lunghi e lenti. Dobbiamo pensare a quante cose possono essere importanti, dall’efficacia del gesto atletico, alle strategie per la gestione energetica, imparare a comprendere l’ambiente e integrare il nostro corpo all’interno senza provare disagi ecc. Andare alla ricerca di queste cose rende ogni seduta ricca di valore e di attenzioni. A me viene difficile anche soltanto ascoltare la musica quando sono davvero coinvolto. Non c’è spazio e preché distrarsi quando è così interessante imparare?

Con la ripetizione la condizione cresce e il gesto si affina. Ci sentiamo più capaci e abbiamo bisogno di ri-tararci, di portare in luce nuovi punti critici e di avere nuove skills da evolvere. Penso nasca da qui il bisogno sano di competere. Cercare di scaricare a terra ciò che abbiamo imparato in un tal giorno in mezzo ad altri atleti, ad altre perturbazioni. Vista con queste lenti la competizione potrebbe essere solo piacere ma sappiamo che non è così. L’adrenalina del pre-gara, il pensiero di avere qualcosa fuori posto, l’aspettativa dell’essere al massimo per poter dare il massimo e poi la sofferenza del seguire l’avversario più abile o meglio preparato, la classifica finale. Lo step iniziale è sempre mentale e quindi possiamo lavorarci. Per placare tutti questi input ritorno all’utilità di aver settato obiettivi più o meno importanti, dedicare tempo a comprendere realmente quali sono le cose da ricercare in un evento e stabilire dei piccoli obiettivi su cui rimanere focalizzato durante. Lasciare che il risultato sia una conseguenza su cui continuare a costruire o farci rendere conto di cosa abbiamo tralasciato.

Carico interno ed esterno. Il peso dell’allenamento: dentro e fuori

Allenarsi non è solo correre, pedalare, scalare, muoversi. È un intreccio di forze che agiscono sul corpo e sulla mente. Alcune sono tangibili, misurabili. Altre sono sottili, invisibili, ma altrettanto presenti. Il carico esterno è ciò che si vede, il carico interno è ciò che si sente.

Il carico esterno è fatto di numeri, chilometri, altitudine, intensità. È la parte concreta dell’allenamento, quella che si può scrivere su un foglio o mostrare su uno schermo. È anche il contesto in cui ci si muove, il meteo, la temperatura, il terreno, la quota. È la logistica, gli spostamenti, il tempo che serve per allenarsi. È tutto quello che, da fuori, definisce un allenamento.

Ma il carico esterno, da solo, è un’illusione. Perché la stessa corsa può essere un successo o un fallimento, un’onda di energia o un peso insostenibile. Dipende da cosa c’è dentro. La vera fatica non è sempre quella che si vede. A volte è quella che ci trasciniamo dentro. Ci sono allenamenti che sembrano leggeri, ma solo perché la testa è libera. E altri che sono macigni, anche se il corpo potrebbe fare di più. Il carico interno è la somma di tutto ciò che ci influenza senza essere visibile. La fatica accumulata nei giorni, nei mesi, negli anni. Lo stato mentale, i pensieri che motivano o frenano, le paure, le aspettative. Il sonno perso, il recupero mancato. Il significato che diamo a ciò che facciamo.                            Non sempre siamo noi a scegliere il carico interno. A volte è lui che ci impone il ritmo. Ci sono giorni in cui il carico esterno è assurdo. Lunghi chilometri, dislivello senza fine, condizioni proibitive. Eppure, si va avanti con leggerezza, quasi senza fatica. Altri giorni, invece, lo stesso percorso è un inferno. La differenza la fa il carico interno.                 L’allenamento non è solo eseguire un programma. È un gioco di equilibri tra ciò che c’è fuori e ciò che abbiamo dentro. Non sempre coincide, non sempre si può controllare. Riconoscerlo è il primo passo per dare un significato più profondo a ogni passo, ogni salita, ogni fatica.

Dentro il processo, senza perdermi il mondo  

Allenarmi significa assorbire ogni giorno lo stesso rituale. Costruire, ripetere, perfezionare. Entro in un flusso dove il tempo si dilata e la mente si chiude dentro un obiettivo. C’è qualcosa di potente in questo, nella dedizione assoluta, nella ricerca ossessiva del miglioramento. Ma a volte, quando tutto si stringe attorno al processo, sento una sensazione sottile, quasi inquietante. La paura di essere fuori dal mondo.                                                                                                                                                    Mentre seguo il mio percorso, il resto continua a scorrere. Persone, momenti, esperienze. Mi chiedo se mi sto perdendo qualcosa, se questo livello di concentrazione mi sta allontanando da tutto il resto. Poi succede qualcosa. Un’intuizione, una nuova consapevolezza. Ogni passo, ogni allenamento, ogni fatica non è solo un sacrificio. È materiale grezzo, esperienza che si accumula. Quello che oggi sembra chiuso in un mondo a parte domani sarà racconto, confronto, condivisione. Non mi sto isolando, sto costruendo. E ciò che sto imparando con questa intensità, prima o poi, troverà la strada per uscire e incontrare gli altri.

Ricerche del momento: margine 30%, superare il limite, rilanciare all’infinito. Competizioni confidenza divertimento condivisione, stimolazione dall’avversario: è il mio peggior nemico/miglior amico. Lavoro sul mentale: self-talk +, meditazione, presenza, crederci. La bolla

*risorse: libri Endure – Alex Hutchinson Quanto Dannatamente Lo Vuoi – Matt Fitzgerald Pietro Trabucchi – https://www.pietrotrabucchi.it/paginab.asp?ID=10

Il metodo sfera: https://www.sferacoaching.com


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