Che significato ha vincere una gara? Quanto dura il momento di una vittoria?
Che sapore ha una lacrima esplosa per emozione, mischiata agli spruzzi dello spumante sulla pelle sudata?
Che valore hanno gli abbracci sinceri di chi ci ha creduto insieme a te?
Queste sono le domande che adesso pervadono la mia mente, mentre ho iniziato a scrivere, perché è ciò che sto ancora sentendo. Per questo, di Tot Dret scriverò in un flusso naturale tra gara, emozioni e valore soggettivo…




Mai sono arrivato così rilassato prima del giorno “X” come quest’anno, e forse l’ho già detto. Questo ha giocato a mio favore. Martedì 16 settembre, a Gressoney St. Jean, nell’appartamento a due piani rivestito in legno, ho fatto due sieste da mezz’ora tra metà mattina e pomeriggio. Nella notte avevo sognato qualche piccola avversità tipica di quando ambisci a una partenza perfetta, quelle stesse distorsioni azzerate nella veglia dalla mia crew di massima fiducia.
Tot Dret non l’ho vinto da solo: è stato un grande affare di squadra!

Con le batterie fisiche, mentali e lo spirito in fase al 100%, un cielo stellato e l’alta pressione annunciata per tutta la settimana, mi aspettava una corsa dove avrei solo dovuto pensare a donare il mio massimo. È strano partire alle 21, ma l’avevo già provato. E so che mi bastano pochi minuti per entrare nella bolla dell’endurance. Amo questo gioco!
Ho immaginato la corsa nella mia testa e insieme alla squadra. L’ho narrata a mano libera: con una Bic ho macchiato un foglio A4 bianco dei miei pensieri. Gli avversari sarebbero stati stimolo da inseguire o da cui fuggire, ma non li avrei calcolati troppo. Ogni persona incontrata sarebbe stata una carezza, un breve scambio umano. Per il resto, esisteva la montagna. Io che l’attraverso, nel modo più rapido possibile. La mia missione!

Voglio che tutto sia perfetto per l’inizio. Abbiamo un piano che comprende strategie alimentari, vestiario di riserva, scarpe in aggiunta, varie ed eventuali. Le mie caviglie sono assicurate da una benda Tensoplast e un piccolo tape di rifinitura. Capiterà l’imprevisto, ma sarò libero di gestirlo.
Siamo in 500, ma riesco a isolarmi. Sono solo io e la montagna che mi aspetta.
Dallo start alla prima salita verso il Col Pinter c’è un pezzo di strada pianeggiante che lancia la corsa. Finalmente corro sotto i 4’/km agile, senza fatica, e l’avvicinamento scorre veloce.
All’attacco della salita ho già preso il primo gel con caffeina e sono pronto a frizzare nel buio della notte. Qualche minuto per percepire il corpo nello spazio, coordinare respiro e bastoncini, entrare nella bolla…
Sul Garmin tengo solo le schermate essenziali: mi interessa più sentire che sapere. Ogni tanto però uno sguardo: velocità verticale, timer, frequenza cardiaca. Mai come stasera salgo così in comfort a 1300/1400 m/h.




A Champoluc butto a terra le due flask e il pattume che Luisa recupera, mentre Rinaldo mi passa gel e flask nuove. Una frontale già pronta nello zaino e via, verso il Rifugio Gran Tournalin. Spesso spengo la luce: adoro essere avvolto dal buio e dare vita ad altri sensi. (Passaggio a 2’ dal tempo record).
La ripida discesa verso Valtournenche scorre veloce. Giù mi aspetta il grande gruppo: Lucia mi viene incontro, Dani e Robi mi corrono a fianco per foto e video, Paolo scambia due parole mentre Stefano è operativo al ristoro. Facciamo in fretta, malgrado la preoccupazione di tutti per il live tracking che sembrava segnalare un mio errore di percorso. Ma non oggi. O almeno, per il momento… (Passaggio a 4’ dal tempo record).
Capita sempre un momento in cui il cervello inventa scuse per chiudere il gioco, e non è mai al termine della corsa. Là, la fatica l’ho fatta amica, ci convivo bene, la cerco lontano e la sfido con rispetto. Non ho ancora trovato il mio limite… Ma verso il Rifugio Barmasse non amo il mio mentale: il vero gioco dell’endurance deve ancora iniziare.
So che è inutile rinviare una pipì, ma continuo a farlo finché non mi arresto. Lascio andare e guardo il cielo: una stella cadente sfreccia da sinistra a destra, proprio verso la mia rotta. È un presagio.
Non c’è atleta del 330 che non saluti o incoraggi. È bello, di tanto in tanto, incrociare qualcuno.




Verso Alpe Gorza le cose si sistemano. Bisogna correre e lo faccio volentieri. Con le balise è tutto più facile che in ricognizione: mi sento come Super Mario a caccia di bandiere fluo.
La scena è la stessa: Lucia anticipa, gli altri mi aspettano, la tavola è apparecchiata. L’umidità gela l’aria, le luci dello chalet sono calde come un abbraccio. Mangio la crema di riso al brodo vegetale con cracker sbriciolati, mi lavo i denti. Fuori so cosa mi aspetta: l’ho già visto in agosto, in ricognizione con Alain. È come girare tra gli angoli di casa, sia sul terreno che nella mente.
Sto gestendo bene tattica e materiali. Le frontali sempre alla giusta intensità, oltre i 2300 m metto i guanti, in discesa li tolgo appena sento sudore. Mi sono vestito perfettamente, la notte vola via senza difficoltà. (Passaggio a 5’ dal tempo record).



Al Rifugio Magià arrivo bene. È ancora notte, ma c’è gente fuori ad applaudire. Dentro, tutti gentilissimi: mentre mi punzonano riempio la flask con tè caldo. Vedo i letti per i 330 e i Glacier sotto coperte di lana spessa, ma io sono troppo attivo per pensare al riposo. Questa energia mi dà speranza. (Passaggio intorno al tempo record).
La grande ascesa verso il Rifugio Cuney vola veloce. Sono contento di essere ancora nella notte: vuol dire che sto avanzando bene.
Dentro, bevo ancora tè e mangio una gocciola al cioccolato. La vista è un po’ appannata, soprattutto a destra. Le luci dirette mi danno fastidio: devo chiudere l’occhio e mirare con il sinistro. Penso al problema che ha avuto Franco Collé, che l’ha costretto al ritiro. La dinamica sembra la stessa. Vorrei parlarci, ma lascio andare: i pensieri vanno e vengono. Avanzo.

Arrivo al Col Vessonaz in fretta. I piccoli dislivelli scorrono via, ma so che la discesa è lunga e ripida all’inizio, corribile poi. A Oyace mi aspetta la crew: sarà la mia colazione, il reset mentale. È come se la notte che ho amato non fosse mai esistita: il nuovo giorno è un’altra partenza da zero.
E riesco ad amare ogni parte che in ricognizione avevo “odiato”. Sono nel cuore della corsa. E qui è esattamente dove voglio essere.
La transizione dalla lunga discesa alla ripida salita prima della base vita di Oyace è fluida. Riesco a cambiare passo su quella rampa maledetta che mi proietta dentro al tendone bianco. Chip che fatica a farsi riconoscere, ma la crew lavora sodo, è perfetta. Tutto ordinato sul tavolo: mentre mi cambio per il giorno mangio quanto più possibile.
Canotta traforata, cappellino, occhiali e scarpe nuove per attaccare il Brison. Prima però vado in bagno, come a casa dopo la colazione. Esco con una crostata sbriciolata in mano e la voglia di salire forte. Sono motivato a fare un’azione da qui a Ollomont, vedere se funziona, fare il punto con la crew. Li amo!
Quando parte la salita abbasso la testa, concentrato su ogni movimento, dando importanza a ogni passo, cercando sempre quello un po’ più veloce… (Passaggio a 20’ dal tempo record).




Ha funzionato! Ho guadagnato 15/20 minuti e il mio vantaggio inizia a essere rassicurante. Tuttavia non intendo mollare e gestisco rapidamente il ristoro di Ollomont. Siamo tutti eccitati per come si stanno mettendo le cose. La vista non migliora né peggiora, imparo a conviverci. Purea, tè, biscotti inzuppati, colluttorio con acqua frizzante, biscotti con Nutella… Non ha senso, ma sembra funzionare!
Parto verso il Champillon, prima il rifugio e poi il Colle. Amo questa parte, entro nel bosco.
Con me c’è Dani Calandri, con cui mi sono allenato quest’estate. Mi segue per filmare, scambiamo due parole. Forse mi rilasso troppo, forse non vedo bene per l’occhio, ma mi ritrovo presto fuori percorso. Quasi un km!
Sono agitato, costretto a scendere, scivolo, inciampo, cado. Infine ritrovo il sentiero, corro veloce in discesa e vedo Ollomont sotto. Ho appena buttato via il margine. Riparto a tutta. Non distinguo le balise da piante gialle, questo mi irrita. Metto un buon ritmo fino al rifugio, incontro Robi e Dani con il drone, condivido l’accaduto.
Ero in linea col record a Ollomont, ma adesso la priorità è tenere la posizione e sperare di non saltare dopo due forcing consecutivi. Dal rifugio al colle Champillon mi trascino, per fortuna sono solo 200 m di salita. Lassù mi danno dell’acqua, sono tutti gentili e l’atmosfera del TOR è davvero unica.


La discesa verso St. Rhemy comprende un lungo tratto corribile e sono contento di come sto correndo. Il Garmin segna oltre 105 km e l’auto check è ok.
Arrivo al ristoro e poco prima incontro Lucia, poi Luisa e Rinaldo, e tutti gli altri. È l’ultima volta. Poi salirò al Malatrà, correrò la balconata della Val Ferret fino al rifugio Bertone e poi la picchiata verso Courmayeur. Posso vedermi là, anche se voglio stare cauto: sono 30 km e 2000 d+ dopo i 115 già accumulati. Ma quando arrivo a questo punto poco cambia: l’importante è rimanere nella bolla. Non sono lontano dal record, probabilmente dei 20’ persi ne ho ricuciti 5.
Ananas disidratato, cambio scarpe. Non attendo molto e parto. Voglio vedere cosa succede. Dove posso arrivare? Sarò capace di andare a fondo, di cercarlo davvero lontano?
Fa caldo, quasi 29° a 1500 m, così inizio a inzuppare cappello e buff in tutte le fontane.

Il Malatrà è un po’ come la luna. Un sogno lontano che ho sentito forte. Ricordo che è facile arrivarci una volta sotto, e quel ricordo è vero. Sono lì.
Che fatica prima del Frassati, mi sentivo lento tra quei passi irregolari. Ma adesso voglio la discesa e parto. Corro dritto, mi sto divertendo, ma ho anche voglia di arrivare, di celebrare questa giornata. Sentimenti contrastanti, perché so che il bello è l’azione.
Al Bonatti altro tè nella flask. Calcolo se può essere ancora fattibile e mi impegno a spingere. La balconata è lunga e ondulata, rampe corte e dritte impennano il cuore. A mano a mano capisco che il record sta sfumando.
A 21h e 3’ arrivo al Bertone. Decido di scendere piano, assaporare il momento, pregare, dire grazie a tutti quelli che mi hanno aiutato. Voglio prendere un momento per me. Non voglio sottrarre quei 20’ e pensare che forse avrei potuto farcela. Oggi è andata così. A tutto c’è un perché. So accontentarmi. Sono orgoglioso di me, nonostante tutto.



C’è una grande insalata di pietroni e radici verso Courmayeur, ma dal bosco intravedo il paese. Percepisco il caos: sto scendendo dalla montagna. Presto sarò giù, in mezzo alle persone, insieme alla crew. Ma questo momento di intimità è ancora mio e lo voglio vivere fino in fondo.
E prego. Mi tornano in mente tutte le persone intorno a me, qualcuna più lontana. Provo tanto amore per l’umanità. Sono grato di aver corso più di 140 km in montagna, ma questo non è solo entusiasmo egoico. È per chi vorrebbe e non può, per chi nonostante tutto ci prova, per chi ha creduto in me quando ero in basso e a suo modo mi ha aiutato a farlo.
Immerso in questo flow di gratitudine sono quasi in paese, verso i passi finali di questo Tot Dret.




Attraverso i parchi, sono sul marciapiede di Via Roma. Lo speaker parla, la gente nei bar si gira ad applaudire. Quasi tutti mettono in pausa la loro vita per il tempo di un complimento. Accenno un inchino di gratitudine. Ho il sorriso stampato in volto, tutto il corpo di riflesso è più rilassato.
Non vedo ancora il traguardo ma ci sono Luisa, Lucia e Ste. Un cinque, un sorriso d’intesa. Non so chi mi porge il cartello di ThroughSport, ma l’onore di rappresentarlo è grande almeno quanto la mia gioia. Il mio ego è al suo posto, meno forte, e la mia vita ha più senso perché è così ricca di tutto questo.
Paolo spruzza lo spumante che si mischia a tutto, in quel gusto schifoso che assapori solo in momenti come questo. Strizzo gli occhi, salgo la pedana e afferro la banda blu verso il cielo.
L’abbiamo fatto! Nonostante tutto, dopo tutto!
Il traguardo dell’anno. Un checkpoint nel mio viaggio atletico.
L’abbiamo fatto! Nonostante tutto, dopo tutto!
Il traguardo dell’anno. Un checkpoint nel mio viaggio atletico…







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