Battesimo alla Corsa
Ventisette anni a pensare che correre fosse un mezzo, qualcosa di utile per un fine più grande. Come quando giocavo a calcio, correvo dietro un pallone, verso un avversario, per la mia squadra oppure d’inverno quando preparavo la stagione ciclistica, lontano dalle competizioni.
Nell’autunno del 2020, dopo il flow del Fauniera al Contrario, uscivo ad allenarmi in bici senza motivazione. Andare in bici era un’abitudine sana di quelle che mi facevano stare bene ma in quel momento infilarmi la divisa, allacciarmi il casco, agganciare le scarpette ai pedali, l’asfalto del bordo strada erano routine stanche e gesti sempre più pesanti.
Avevo bisogno delle endorfine dell’endurance e dentro di me nasceva la curiosità, domandandomi come potermele procurare diversamente.
Ho iniziato a correre tardi. Questa frase, tutt’oggi, mi da e mi toglie fiducia, mi fa sognare e mi limita, spesso mi sono chiesto se fosse utile ripetermela. Semplicemente ogni tanto mi balza ancora alla mente e ci rifletto su. Il punto è che tutti noi abbiamo pensieri, emozioni, convinzioni capaci di farci volare sulla luna o sprofondare nelle tenebre…
Ho iniziato a correre solo per correre a ventisette anni.
Ricordo nitidamente la prima mattina all’alba, i primi cinque lunghi chilometri, i battiti alle stelle, le gambe dure come pietre e i doms esagerati per troppi giorni a seguire.
Sproporzionata la fatica rispetto allo stimolo. Corsa e bici sono simili a livello aerobico e metabolico ma la muscolatura coinvolta è ben differente. Ogni gesto, si sa, possiamo evolverlo e affinarlo con la ripetizione, con la costanza dell’allenamento ci si adatta e diventiamo più abili e confidenti. Ci vuole tempo e pazienza ed io avevo appena iniziato su quei maledetti cinque chilometri…
Stavolta correre per me era diverso, ho condiviso qualche corsa con amici, ho conosciuto persone che correvano e qualche volta mi aggregavo a loro.
Ho conosciuto Gabriele che mi ha dato delle dritte sulla postura e sulla respirazione e ricordo quanto mi impegnavo a raccordarle cercando di compiere un gesto armonioso e coordinato.



Una nuova parte di mondo si apriva di fronte a me che per le novità mi entusiasmo e per le cose in cui sento di provare qualcosa scavo, perché soltanto andando in profondità comprendo meglio le cose e comprendo qualcosa in più di me. Credo che gli stimoli possano indicarci delle direzioni da seguire.
Così tra le uscite mattutine, in pausa pranzo, la sera con la frontale mi adattavo a questo movimento così naturale che percepivo istintivo per l’essere umano da domandarmi come avessi fatto a non accorgermene prima.
La versatilità di poterlo fare praticamente ovunque con poca roba e anche in pieno stile minimalista. Sperimentare la fatica, la resistenza in ambienti naturali come un bosco o su un sentiero dov’è impossibile annoiarsi perché non esiste un passo uguale ad un altro.
Dopo due mesi di primo adattamento generale per me era arrivata l’ora di pormi qualche umile obiettivo.

Il mio primo trail lungo fu su Monte Tamone in Valle Grana. Partenza da casa a Caraglio circa 30km e 1000m di dislivello. Poi la maratona di capodanno insieme a Stefano e da lì non ho più pensato di smettere, i dolori parevano più dolci e scomparivano prima, il flow che mi restituiva correre soltanto per correre era ciò che ricercavo passo dopo passo e verso lunghe distanze. Finalmente avevo ritrovato le mie endorfine!


