
Bikepacking da casa al Jbel Toubkal (4167m) Marocco
Durante l’estate 2022 ho scambiato qualche messaggio con Paolo Viada… Forse un paio di vocali, qualche whatsapp scritto, un incontro nel suo garage e abbiamo progettato un’interessante avventura in bikepacking.
L’idea era quella di partire dalle nostre case, incontrarci a Borgo San Dalmazzo per un caffè, salire il Colle della Maddalena per raggiungere il territorio francese. Dalla Francia saremo scesi verso la Spagna, Barcellona, Valencia, Granada, l’Andalusia fino ad Algeciras (punto di imbarco per Tangeri, Marocco).
Da Tangeri verso Rabat, Casablanca, Marrakech. Risalendo la Valle di Imlil con l’idea di posare la bici per raggiungere a piedi la punta del monte più alto della catena atlantica africana: il Jbel Toubkal.
La nostra filosofia era quella di viaggiare rapidi e di essere indipendenti da pernottamenti prenotati fatto salvo un paio di notti per rimetterci in bolla (caricare i devices, fare una doccia, lavare gli indumenti).
Siamo partiti con le nostre bici gravel settate bikepacking con una tenda due posti smezzata ovvero ognuno ne portava una parte.
Benché fossimo in un posto diverso, secondo dopo secondo, la modalità della giornata scorreva abbastanza regolare: 165 km erano la sufficienza giornaliera ma abbiamo sempre pedalato per circa 200 / 220km al giorno. Dopodichè facevamo la spesa e ci regalavamo un aperitivo direttamente dal supermercato, solitamente birra e patatine che ci venivano in aiuto per scegliere il bivacco per la notte. Una volta scelto il posto per la tenda la montavamo e poi ci si dava una rinfrescata con l’acqua delle borracce e il savon multiusage (che è neutro e non inquina) per poi accendere il fornello per preparare la cena. Carboidrati, a volte un condimento, una proteina, un po’ di verdura, frutta e biscotti.

Al mattino per le 6 eravamo in piedi, smontaggio tenda, colazione e partenza. Una routine bella e buona.
Paolo ed io eravamo talmente in sincronia che anche la piccola infiammazione al ginocchio ci è venuta insieme, tra Barcellona e Valencia. Un po’ di allungamento la sera ed è passata. Ha vinto la nostra voglia di andare avanti, di attraversare nazioni in bici e con le nostre forze.
All’interno di questa esperienza ciascuno di noi aveva obiettivi diversi ma questo non ci ha limitati dal voler condividere il viaggio. Capitava spesso di passare ore a distanza l’uno dall’altro e questo l’ho trovato fantastico; riuscire a condividere giornate rispettando i propri spazi e la voglia di stare un po’ nella propria bolla.



Siamo arrivati alla meta in 21 giorni. Abbiamo raggiunto questo traguardo in maniera fluida proprio perché il processo del viaggio era talmente interessante e coinvolgente da non voler quasi arrivare alla fine. Ci sentivamo spesso in sincronia e malgrado la stanchezza e le difficoltà c’erano sempre soluzioni ai problemi. Questione di atteggiamento.
Questo viaggio è stato formazione. Parti di casa con la perfetta organizzazione dei materiali sulla bici per cederla all’adattamento, ai rattoppi, ai nastri e alle cinghie che tengono insieme cose, a volte, anche pezzi della bici. La bici entra a far parte di te ed impari ad amarla e apprezzarla proprio perché grazie alla forza che imprimi sui suoi pedali lei ti permette di andare lontano.
Ad oggi non ho modo migliore e più interessante per conoscere luoghi nuovi. Il viaggio al ritmo delle mie forze mi permette di cogliere dettagli molto più intensi e talvolta imprevisti e le difficoltà mi hanno portato in situazioni che si sono evolute in opportunità e nuove piacevoli conoscenze.
Certi modi di essere accolti dalle persone capitano soltanto durante i viaggi di questo tipo…
Lo stesso utilizzo delle risorse quando sono limitate è ottimizzato. In questa parentesi ho imparato tanto, ho imparato a fare a meno di oggetti o accomodamenti che pensavo necessari ma in realtà mi stavano portando verso una direzione lontana dalla mia vera e autentica natura.

Il rapporto di connessione che ho avuto in certi momenti tra me e il mondo è stato così intenso proprio perché in quei contesti era presente una situazione che ho definito nel tempo “disagio evolutivo”.
E’ qui che percepisco il mio massimo potenziale in un rapporto vero di autenticità e rispetto senza sovrastrutture inutili che spesso stringono le possibilità che abbiamo di mostrarci al mondo allontanandoci dalla nostra vera natura intuitiva, portandoci lontano dai nostri sogni.
A livello più pratico, invece, un viaggio ti porta ad essere più ecologico. Ho imparato a limare al massimo i litri d’acqua durante una doccia, ad ottimizzare i cibi da cuocere, ad essere organizzato ed ordinato perché sulla bici e dentro le borse hai il “tutto”, lo stretto necessario indispensabile per poter andare avanti.
Investire il mio allenamento dopo un’intera stagione agonistica per andare lontano e per conoscere è stato anche un modo per svagare la testa e mantenere una buona forma fisica di base.
Al ritorno, in autunno inoltrato, finalmente mi sentivo carico di motivazione per iniziare a rimettere i piedi sui sentieri, le pelli agli sci d’alpinismo e gettare le basi per la prossima stagione di trail running.


