Il mio primo trail con il pettorale: Notte – 80km 4500D+. Si chiama CAUT

L’inverno tra il 2020 e il 2021 era novità e riscoperta. La corsa, lo scialpinismo, la nuova collaborazione lavorativa come consulente e venditore da Gelapajo. Lavorando vicino a casa potevo andarci in bici, di corsa, con i roller, come preferivo. La mia qualità di vita aumentava!

Ricordo la naturalezza verso queste scelte. L’autunno è stato un momento di crisi dovuto alla scarsa motivazione per la bici e la decisione di interrompere un’attività lavorativa in crescita per guadagnare tempo per me, per le mie aspirazioni, perché sentivo nel profondo di me, che il mondo è pieno di situazioni interessanti. Cambiamenti e paure sono interconnesse e in quel momento le avevo sperimentate a fondo.

Il mio corpo si stava adattando alla corsa. Correvo sempre di più e con naturalezza. 

Allenandomi costantemente percepivo una nuova comfort zone che mi permetteva di interpretare i segnali del mio corpo e diventando sempre più abile e sensibile a prevedere i tempi di recupero tra una seduta lunga lenta oppure una di intensità. 

Per intenderci correvo quattro volte a settimana, pedalavo una o due volte, nuotavo una volta, un paio di allenamenti funzionali per il rinforzo di core e gambe oltre ad aver sciato con le pelli per tutto l’inverno.

Ciò che mi ha dato molto, la solida base di quella stagione, sono stati i weekend invernali e primaverili.

La ruotine era una lunga sciata il sabato e poi una lunga corsa lenta la domenica. Correvo spesso insieme a Gabriele di Outdoor e ci piaceva scoprire sentieri tra boschi e montagne della zona a passo di chiacchiera.

In questa stagione ricordo di aver studiato tanti libri riguardo la preparazione, la filosofia condivisa da alcuni atleti di ultra-trail e testi riguardanti l’alimentazione, il digiuno intermittente, la dieta vegetariana ecc.

Verso l’inizio della primavera ho iniziato a scrivermi programmi settimanali con carichi di allenamento in progressione e secondo il metodo scientifico che avevo sperimentato con attenzione e curiosità da Francesco in Reaction durante gli anni di bici, utilizzavo Training Peaks per monitorare la fatica indotta dai workout.

Un libro di grande ispirazione, da cui ho tratto molti spunti ed insegnamenti applicandoli poi sul campo di allenamento è “Allenarsi per gli sport di montagna – Kilian Jornet e Steve House”.

A livello di alimentazione ho sperimentato diversi metodi confrontandomi con nutrizionisti e con le mie sensazioni. Per la maggior parte del tempo seguivo una dieta vegetariana abbinandola al digiuno intermittente 16:8. Ero molto magro, forse troppo. In un test di aprile pesavo circa 63kg per 179cm e avevo 5.5% di massa grassa. Con il tempo ho intuito che sul lungo periodo non sarebbe stato sostenibile, soprattutto per quello a cui mi stavo appassionando: la corsa sulle lunghe o ultra distanze.

La Curnis Auta Trail è una gara di trail running che parte da Caraglio nel pieno della notte di sabato sera, il tracciato porta sulla cresta che divide la Valle Grana dalla Valle Maira fino ad arrivare al Rifugio Fauniera. Sale sul Colle Fauniera per rimanere sulla cresta tra la Valle Stura e la Valle Grana fino ad arrivare a Cervasca.

La sua edizione zero proprio quell’anno, una gara attorno a casa mia!

La preparazione self-made stava funzionando bene, avevo provato a correre di notte e ne ero rimasto affascinato. Sono attratto da quelle situazioni in cui oltre vedere bisogna affinare il sentire, in cui sono costretto ad amplificare i miei sensi per poter utilizzare al massimo il mio corpo.

A metà giugno decisi di comprare un pettorale per Curnis Auta. 

Qualche giorno prima iniziai a pensare a come alimentarmi in gara, cosa bere, cosa fare ai ristori. Avevo comprato la mia prima lampada frontale proprio la settimana della gara e senza batteria di riserva. Alla peggio avrei acceso la torcia del telefono. Considerate queste cose e molte altre che nemmeno ricordo, in un confronto a posteriori con Francesco Chiappero, lui mi disse:” Quella sera ti sei giocato un gratta e vinci fortunato”.

Già… La gara non la vinsi. Arrivai secondo sul traguardo di Cervasca in 10h 17’ totali.

Ricordo di aver dato tutto. Mi emozionai nella discesa dall’Alpe di Rittana, un’emozione colma di stanchezza e fatica, di impegno. Mancavano ancora quindici chilometri al traguardo, discesa e sentiero veloce per cui ricordo un self-talk conciso che mi riportò alla realtà: “Cazzo fai! Corri che devi ancora arrivare!”

Le percezioni cambiano quando si corre sulle lunghe distanze e una quindicina di chilometri su un percorso da ottanta sembrano vicini, di poco conto, oggettivamente bisogna sempre correrli.

Ero letteralmente finito e dopo aver suonato con tutte le forze rimaste la campana sulla linea di arrivo, potei lasciarmi andare a terra. Mi aspettavano sul traguardo i miei genitori, Gabri e Mauri, Pajo, Luca Cucchietti e tante altre persone stupite come me di questa impresa, di questo risultato inaspettato.

Il vero valore di questa prima esperienza agonistica nel trail era di esserci riuscito. Perché una gara di trail sulle lunghe distanze non richiede solo performance fisica bensì gestione, alimentazione, programmazione, immaginazione, risoluzione di problemi. Non ne ero ancora conscio ma stavo capendo che tutto questo era ciò che volevo continuare a fare in un processo di evoluzione e apprendimento.

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