L’infortunio: un processo fisico e mentale. La riabilitazione, il batterio e la rinascita

Il medico mi allungò la gamba destra e sentii una serie di scatti. Era l’osso del femore che si era riallineato. Mi disse che sarebbe stato necessario un intervento chirurgico d’urgenza perchè il gonfiore della gamba, dovuto al sanguinamento, avrebbe potuto trasformarsi in emorragia.

La maschera in viso per i sedativi, il freddo che entrava nel mio corpo dalla terra fredda del sentiero di una mattinata di settembre. Ero letteralmente impotente ed inerme. Nelle mani dei soccorritori.

Ero partito leggero, soltanto la  solita maglietta che uso in gara ed un buff per tenere saldo il frontalino che avrei posato alla crew al primo punto di ristoro. La giornata era prevista fresca al mattino e torrida da mezzogiorno, ma quando corri per fare gara davanti il freddo non lo senti, è celato dall’adrenalina della competizione.

Nello zaino avevo il telo termico e tutto il materiale obbligatorio che di solito rimane nello zaino ma lì, a terra e gravemente infortunato, usai tutti gli strati a disposizione per provare a smettere di tremare di freddo e di paura.

Arrivò l’elisoccorso dopo un’ora dall’incidente, la manovra di carico fu rapida e precisa. Faceva parte della crew anche Paolo che è soccorritore alpino in Italia e aiutò i suoi colleghi francesi nella manovra.

Dal tetto dell’ospedale alla sala radiografica in un attimo. Confermata la frattura scomposta ma non esposta. Qualche domanda, allergie ed intolleranze, un check-up con l’anestesista ed ero in sala operatoria. Fredda, asettica, bianca. 

Un’altra maschera attorno a naso e bocca, l’ultimo sguardo all’orologio che segnava le 14:28 e poi il buio.

Verso le 19:30 ero di nuovo sveglio, in uno stato di semi-coscienza, di fronte i miei genitori e sotto il lenzuolo lunghi cerotti bianchi su tutto il vasto mediale destro.

Sapevo di esser stato operato ma in cosa consisteva precisamente quell’operazione no. In modalità di sopravvivenza e nelle mani di altre persone non era possibile capire o, per lo meno, non in quel momento.

Rimasi ricoverato a Nizza fino al venerdì successivo. Aver frequentato la Francia per via dello sport mi permetteva di capire la lingua e di sbrigare le parti burocratiche; come farmi dimettere, cosa fare a casa, le medicazioni, organizzare il viaggio di rientro, prenotare una struttura riabilitativa ecc.

Mio papà si fermò a Nizza e passava tutti i giorni a trovarmi. Avevamo il van parcheggiato vicino all’ospedale e decidemmo di tornare per conto nostro. Ho viaggiato sul letto ed il rimpatrio è stato decisamente comodo e più economico rispetto all’ambulanza.

Era difficile e macchinoso fare tutto. L’avevo messo in conto. Dopo l’operazione, con un chiodo endomidollare infilato lungo tutto il femore, due viti che lo tengono sopra il ginocchio ed una più grande avvitata nella testa più due cerchiaggi nella sede della frattura, mi alzarono dal letto a dodici ore dall’operazione perché il mezzo di sintesi poteva sorreggermi, ma non ero proprio in comfort zone… Sono passato dallo svenire al girello, alle stampelle in tre giorni e le cose andavano già meglio.

Il lunedì successivo entravo a Stella del Mattino, una clinica di riabilitazione vicino a casa in cui sarei rimasto per i successivi sedici giorni. Giorni intensi, sette o otto ore di lavoro giornaliero. Mi seguiva un’equipe di fisioterapisti che si sono appassionati alla mia forza nel lavoro e alla volontà di tornare presto all’attività sportiva.

I progressi erano grandi, nelle radiografie a due mesi si intravedeva già il callo osseo e le ferite erano perfettamente in ordine. 

Ad inizio dicembre qualcosa cambiò… Una febbre lieve ma costante mi privò delle poche energie che mi stavo ricostruendo, costringendomi tra letto e divano per una decina di giorni.

Questo episodio mise in discussione medico ed ortopedico su un possibile processo infiammatorio o infettivo. Effettivamente le analisi dei valori ematici erano alterati rispetto alla norma ma non così marcati da affermare un’infezione.

Tra dicembre e marzo passai i mesi più complicati della mia vita. Non riconoscevo più il mio corpo e l’impegno costante tra fisioterapia e attività sportiva, principalmente nuoto e bici, restituivano sensazioni altalenanti.

Ricordo che dopo uscite da circa due ore in pianura dovevo dormire per altre tre, oppure andavo in affanno dopo una rampa di scale. Abituato com’ero ad affrontare competizioni in montagna da più di dieci ore, questo gap lo ritenevo troppo esagerato e in questo periodo impiegavo tutte le mie energie a rimanere in equilibrio su una linea sottile vicina al dirupo di una vera depressione.

Dopo diversi confronti con ortopedici ed infettivologi, arrivò marzo e la seconda febbre.

Decisi di andare in pronto soccorso, mi fecero diverse analisi per indagare sul problema. La dottoressa non capiva come fosse possibile leggere valori alterati da un lato e valutare guarigione dall’altro.

Mi propose il ricovero e accettai. Ricordo che quel giorno fui felice perché finalmente si sarebbero ripresi cura del mio problema, questa volta indagando fino in fondo.

La primavera era alle porte, il sole diventava caldo in quei sedici giorni di ricovero in malattie infettive al Carle di Cuneo, dove non mi fecero nessuna cura ma solo tante analisi.

In quei giorni ho iniziato ad alzare la testa verso il cielo, ad uscire presto sul balcone la mattina per guardare l’alba, a fotografare il tramonto e meditare sotto il cielo stellato.

Il mio caso continuava ad essere uno studio difficile da capire. Entravo ed uscivo da grossi macchinari, prelievi, misurazioni, confronti con medici finché proprio loro decisero di mandarmi all’ospedale di Vercelli nel reparto di Ortopedia Infettivologica.

Al Sant’Andrea di Vercelli mi visitarono sia l’ortopedico che l’infettivologo e, siccome il mio osso risultava saldato, mi proposero  di anticipare l’intervento di rimozione dei ferri dalla gamba per poi analizzarli e capire se ci fosse stato un batterio per stabilire un’eventuale cura antibiotica.

Il 17 aprile, a sei mesi e mezzo dalla prima operazione, entrai in sala operatoria per la seconda.

Mi ritagliarono sopra le stesse cicatrici. Questa volta l’anestesia era parziale e decisi di partecipare all’operazione. Avevamo fatto la scelta giusta, c’era un processo infettivo in corso ed uscii dalla sala con sessantanove punti di sutura alla gamba destra e quaranta giorni di antibiotico da fare.

Nessun problema. Era la mia seconda possibilità. In quei giorni ho sentito la speranza, quella attiva, che unita alla mia calma ricercata tramite la meditazione mattutina, avevo voglia di coltivare senza aspettative se non la voglia di tornare alla salute.

Ritornai a casa sulle stampelle e mi tolsero i punti venti giorni dopo. Appoggiare i piedi a terra, sentire il mio corpo che riprendeva a funzionare, fare qualche uscita in bici con la massima attenzione erano doni che ho incominciato ad apprezzare come mai sarei stato capace prima. 

Raggiungevo piccoli traguardi ascoltando le mie reali volontà, fuori dal turbine degli obiettivi e così facendo iniziai a comprendere le volontà provenienti dal mio inconscio.

Riprendere a fare sport è stato naturale. Creare una routine di attività sportive unita alle visite alla fisioterapia, alla seconda riabilitazione, logisticamente era impegnativo ma era ciò che realmente volevo.

Ho capito che dopo un infortunio grave e complesso che tocca aspetti fisici, mentali e spirituali, non si riparte comunque da zero. La mia identità ed il mio approccio allo sport è formato da anni di attività e la memoria sia neurologica che muscolare non sparisce , tantomeno si resetta.

Prima della corsa di Nizza non ero motivato come al solito. Avevo sensazioni strane che ho scavalcato credendomi solido dopo una stagione praticamente perfetta. Quella solidità ancora oggi è presente ma non dimenticherò più che deve andare a braccetto con la giusta dose di entusiasmo.

Per quest’anno ho deciso di rinunciare al pettorale ma ho comunque settato obiettivi sportivi sfidanti, challenge di ultracycling intorno alle venti ore ed avventure ibride e sostenibili che prevedono l’avvicinamento alla montagna in bici per poi scalare le vette in stile alpinistico leggero.

Finora mi sono divertito e sfidato allo stesso tempo. Sono agonista dentro, soprattutto con me stesso e voglio imparare a portare questo approccio nel futuro ritorno all’agonismo nell’attività di trail running sulle lunghe distanze.

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