Imparare a stare, prima che andare…
Ho caricato il van e ho attraversato il confine al Colle della Maddalena.
Non era solo uno spostamento, ma un ingresso nell’inverno, in quel tempo ovattato, fatto di silenzio e traiettorie da inventare. Quest’anno ho condiviso la casa a Jausiers con Francine, una villa messicana luminosissima, per meno tempo del previsto, in realtà. Il 25 novembre ero sugli sci, nell’Ubaye, a Saint-Anne La Condamine, con Alain. Iniziava il mio inverno prima della stagione ufficiale, proprio come adesso… forse non è ancora finito.
Mi sono sentito subito bene sugli sci. L’inverno è la stagione della luce: tutto riflette e brilla, cristalli freddi e dita gelate. Sciare è il mio modo per continuare a stare in montagna, compiere traiettorie inventate e scivolare. Nell’Ubaye mi sono sentito di ritorno. La mia routine era scandita dall’allenamento al mattino, il pranzo, un micro-sonno e il lavoro per Through Sport al pomeriggio. Mi coricavo presto e mi svegliavo presto. Ascoltavo il mio corpo e ogni mattina respiravo, meditavo, facevo yoga per come mi serviva. È stato uno dei momenti migliori in termini di lucidità e presenza di questo inverno. Caricavo con gli allenamenti e mi affaticavo in proporzione, tutto sembrava lineare. E in quella quiete sapevo starci.




Tornato in Italia per le vacanze, ho trovato lo spettacolo della grande neve: montagne bianche, cariche, qualche uscita con gli amici. Mi sentivo pieno, appagato, felice di essere lì. Ma i miei piani erano altri: volevo attaccare il pettorale già il primo giorno del nuovo anno. Così sono partito con la nostalgia di ciò che stavo lasciando. Ho attraversato la frontiera ed era tutto marrone attorno a me. Avevo un nodo alla gola e una voce forte nella testa mi chiedeva cosa stessi facendo, perché stessi andando, se avessi il coraggio di cambiare i miei piani e seguire di più le mie emozioni.





Camille mi aspettava vicino a Orcières. Così come Greg e Nency, Antoine e Marianne. Warmshowers mi ha permesso di conoscere queste persone fantastiche che mi hanno ospitato nella prima metà di gennaio, durante il mio tour di gare francesi. L’1 gennaio ho corso il vertical della Montée Givrée dopo un viaggio di 200 km, con la testa più imballata delle gambe. Il 4 gennaio l’individual di Serre Chevalier, con -16° alla partenza. Sono stato in Isère a sciare a Chamrousse e il 10 gennaio ho fatto il vertical contre la montre al Planay di Arêches-Beaufort. Ho ripreso confidenza con il pettorale senza essere in grande condizione, ma il morale risaliva grazie alle persone incontrate, a un piatto di pasta al sugo condiviso.


A fine gennaio ho passato un weekend di gare ai Aime-La-Plagne con i miei amici dei Pirenei, Willy e Thomas. Ci siamo ritrovati in ciò che ci piace fare. Io però ero proiettato a risolvere problemi con i materiali in vista de La Belle Étoile del weekend successivo. Non sono riuscito a godermi quei momenti fino in fondo e ho speso molte energie mentali proprio quando avrei potuto sfruttare una buona condizione fisica. Abbiamo corso la gara a coppie con Giuseppe il weekend dopo e non è andata come speravamo. Siamo partiti forte, sorprendendoci, per poi pagare i miei errori tecnici. Mi porto a casa una buona prima esperienza in una gara in ambiente di più giorni e la consapevolezza di avere ancora tanto da imparare a livello tecnico, tattico e di ritmo. Così finiva gennaio: entusiasmo, fatica e un inizio di frustrazione.



Al vertical di Frabosa non avevo ancora recuperato. Ho corso senza emozioni, come in un allenamento intenso, senza riuscire a reagire agli stimoli degli avversari. Avevo bisogno di recuperare, così ho aspettato la Coppa Ka di Upega per rimettere il pettorale su un’individual. Avevo ancora crampi quando osavo qualche movimento, ma sentivo che le cose stavano migliorando. In realtà qualcos’altro iniziava a funzionare meno: il mio mentale. L’aspettativa di vedere progressi nello skialp mi portava a interpretare negativamente la gara, soprattutto quando le cose si complicavano. Perdevo la sincronia, rimanevo focalizzato sull’errore e smettevo di reagire. Finivo per accontentarmi, senza battagliare, e questo mi lasciava insoddisfatto: per la qualità dell’esperienza, per come stavo usando le mie energie e il mio tempo. Lo scorso anno, uscendo dall’infortunio, tutto era un dono. Tolleravo l’errore e reagivo con grinta. Credo che questo atteggiamento sia più importante di una capacità tecnica maggiore ma poco sostenuta dall’intenzione. Lo sci alpinismo è uno sport veloce: in pochi istanti la gara può sfuggire via.
Purtroppo mi è servito un infortunio, nella gara di Artesina, per prendere le distanze da questo circolo. Non sono riuscito a fermarmi prima. Quella giornata, partita storta dopo pochi secondi, è finita al pronto soccorso di Mondovì con sei punti tra labbro e mento. Nulla di grave. Il giorno dopo ero già a sciare, nello stesso luogo dell’incidente. Per circoscrivere quell’errore di foga e scarsa tecnica. Per dimostrarmi che posso imparare. Per superare dubbi che avrebbero potuto limitarmi. Sapevo che sarei tornato alle gare, ma quello era il momento di alzare lo sguardo, lasciare spazio all’istinto, concedermi più ore di gioco e meno regole.


Sono tornato a Cavaliggi. Ho scaricato il van e scelto, per un periodo, una vita più stabile. Ho iniziato a guardare le montagne della Valle Grana, la “mia” valle.



Il 13 marzo sono riuscito a compiere Valle Grana Traverse, il progetto che ha colorato il mio inverno. L’ho intuito, immaginato, sentito. Sono partito da casa in bici, ho raggiunto la neve a Figliere e con gli sci ho attraversato tutta la valle, tra passi, vette e punti iconici. È stata una giornata perfetta. Un progetto di capacità, prima che di velocità. Una di quelle giornate che iniziano nel buio del mattino e finiscono la sera. Capace di togliermi il sonno la notte prima e di caricarmi di un’adrenalina che non provavo da tempo. In quei momenti so che nulla può andare storto. La mia attenzione è totale, la mia caparbietà così forte da ingannare la fatica. Posso andare lontano. È questo il mio modo preferito di esprimere l’endurance. In questa traversata era importante la sfida personale, ma anche mettere in luce questa piccola porzione di mondo che mi regala grandi emozioni. Un contributo alla valle, un segno di riconoscimento e amore. Per questo abbiamo documentato il progetto: ne uscirà un film.




Soddisfatto e appagato, sono partito per le Dolomiti con Giuseppe. Il 20 marzo avremmo corso il Sellaronda. Finalmente mi sentivo motivato ad attaccare il pettorale. Sono stati giorni felici, pieni di confronto. Ci siamo fermati a Rovereto, abbiamo sciato sul Monte Bondone e il venerdì sera abbiamo corso la gara. Stavo bene. Ero concentrato, pronto a fare fatica. Per una volta ho aiutato io Giuseppe: questo è lo spirito delle gare a coppie. Fino a metà gara eravamo intorno alle prime venti posizioni, poi abbiamo gestito al meglio le difficoltà. Il giorno dopo abbiamo sciato sotto una leggera nevicata e siamo rientrati.
L’ultima gara di stagione avrebbe dovuto essere il Gran Beal, sul percorso integrale a coppie. Non è facile trovare qualcuno motivato, soprattutto all’ultimo. E a me piace gareggiare con persone dallo spirito positivo. Così, dopo una ricerca che stava diventando forzata, ho scelto altro. Mi sono dedicato a progetti personali e solitari: Tour della Bisalta, giro nelle Liguri, concatenamento Chersogno–Marchisa (il Pelvo l’ho tralasciato, ma ci tornerò).
Ho ripreso a correre seguendo il programma di Francesco, mantenendo però lo sci il più a lungo possibile come cross training. Amo la primavera: le ravanate, la neve portante, derapare sui pendii, tracciare giri estetici con il GPS.




Questo inverno ha avuto due facce. Da una parte, la frustrazione delle aspettative non soddisfatte. Il rischio di definirmi attraverso uno sport in cui sono ancora poco competente. Ero consapevole di questo rischio, ma solo ora mi rendo conto di quanto mente e spirito possano parlare lingue diverse. Dall’altra, una dimensione luminosa. Quella delle abilità che ho sviluppato in montagna. Non solo tecnica o velocità. Anzi, a volte ho dovuto rallentare perché mi sono spinto in luoghi dove prima non sarei andato. Sento di saperla valutare un po’ meglio. Di stare bene con me stesso lassù. Di esserne attratto, al punto da provare nostalgia già nell’ultima discesa. Lì posso essere me stesso. Senza maschere, senza filtri. La soddisfazione è semplice, indipendente dal giudizio degli altri. Attimi in cui mi sento realizzato, fiero, pieno. Attimi ricchi di vita semplice. Quella che, sempre più spesso, sento lontana quaggiù…

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