Maledetta Primavera

La dashboard di TrainingPeaks inizia a segnare workout di colori diversi. Qualcosa sta cambiando. Le giornate si allungano, la natura, più in basso, riprende vigore, ma lassù è ancora tutto bianco e, dove la neve resiste a lingue tra béton e firn, c’è ancora tantissimo da godere.

Ho iniziato a prendere gusto nelle traversate brevi. Giri estetici, non per forza enormi. Ogni lungo aerobico diventa un piccolo progetto in solitaria: anelli tra Valle Grana, Valle Stura e Valle Maira, il giro nelle Liguri, Marchisa e Chersogno, Rocca dell’Abisso e dintorni, fino al Tour dell’Argentera. È così bello stare in alto. Salire e scivolare. Interpretare la neve e le esposizioni, giocare negli angoli delle montagne, quelli inaccessibili durante l’estate. Così mescolo la transizione alla corsa con lo sci. A volte faccio un po’ di testa mia, allungo le uscite in montagna e non rimango troppo incollato al piano. Nel mio immaginario una grande base avrebbe costruito un grande corridore, o almeno uno che si sarebbe adattato facilmente all’impatto, una volta tornato sui sentieri. Niente di più sbagliato…

L’inizio della stagione di corsa, in funzione degli appuntamenti agonistici segnati sul calendario, implica fin da subito allenamenti lunghi. Le settimane crescono progressivamente per volume e intensità. Eseguo tutto. Porto a termine ogni seduta, ma mi sembra di pagarla il doppio. A metà allenamento il corpo si spegne, le gambe diventano pesanti, il sistema collassa e la testa continua a cercare una spiegazione. Finisco devastato. Guardo il recap e, tutto sommato, i numeri non sono nemmeno male. Poi mi serve l’intero pomeriggio per recuperare e spesso mi domando se tutta quella fatica abbia davvero un senso. Se ne valga la pena. Cosa sto facendo. Perché, invece di andare avanti, mi sembra di stare tornando indietro.

La confidenza torna lentamente ad allontanarsi. Il disagio mi influenza e faccio fatica a comprendere il senso di tutta questa frustrazione. La stagione precedente era stata “grandi obiettivi, basse aspettative”: tutto ciò che arrivava era un dono, una nuova possibilità. Ora qualcosa è cambiato. Forse è naturale che, crescendo, crescano anche le ambizioni. Ma non posso essermi già dimenticato quella lezione. O meglio, non voglio. Non voglio essere così stolto.

Sono fortunato perché posso muovermi. Sono fortunato perché posso farlo nella natura che amo. Lì osservo l’evoluzione delle cose passando sugli stessi versanti nelle diverse stagioni. Cambiano le montagne, cambia la luce, cambia la neve e, senza quasi accorgermene, cambio anch’io. Il contatto con ciò che mi circonda trasforma entrambi.                                                               È tanto. Molto spesso basta. Ma non sempre.                                    Sono fortunato anche perché ho persone di fiducia intorno a me. Ho scelto il coraggio di aprirmi con loro proprio quando, nel pieno di questa transizione, non riuscivo più a comprendere il mio corpo, le mie emozioni e quella fatica sproporzionata. Tutto stava diventando il mio mondo. Una spirale che iniziava a girare sempre più veloce, alimentata da un’energia distruttiva tanto silenziosa fuori, frastornante dentro di me e pericolosa.

L’impostore alloggia nel mio cervello e la mia visuale si chiude, dimenticandomi dell’universo.

Oggettivamente, però, tante opportunità continuano a presentarsi e, anche quando nulla riesce davvero a entusiasmarmi, lascio la porta aperta alla creazione. I tempi migliori possono ancora arrivare. Basta avere l’intenzione di volerli. Anche quando è difficile immaginarli, voglio ricordarmi che è possibile.                                                                                                                                       Nel frattempo continuo a pensare che ogni allenamento sia uno stimolo. Un mattone. Una trasformazione che permette al muro di salire un po’ più in alto.    Francesco, un giorno, mi ha detto una frase semplice: “Avere una grande base non vuol dire tutto. La casa si costruisce in altezza.”                                              Lui ha una grande influenza su di me. Di quelle sane. Di quelle persone che credono davvero in te senza permetterti di staccare i piedi da terra.

Così è arrivato maggio e, per paura della sofferenza che avrei provato affrontando un lungo di sette ore da solo, ho deciso di presentarmi al Trail del Mottarone completamente fuori condizione, con circa 500 chilometri di corsa nelle gambe. Per due ore mi sono stupito di come stessi rispetto a come mi immaginavo. Poi si è spenta la luce. Sono arrivati i crampi e mi sono trascinato fino all’arrivo, al trotto, cercando semplicemente di non infortunarmi.                   Ogni shock addizionale porta un cambiamento. La voglia di riscatto ha preso il posto della frustrazione e, il giorno dopo la gara, sono salito in bici sentendomi inaspettatamente leggero. Dal lunedì abbiamo ripreso il piano e ho messo in cascina la settimana di corsa più grande della mia vita. Quella successiva sono uscito da solo, motivato, per un lungo di nove ore: dalla porta di casa fino a Curnis Auta, attraversando entrambe le facce della Valle Grana, tra boschi e montagne, con continue variazioni di ritmo, per un totale di 75 chilometri e 4200 metri di dislivello positivo. Stavo iniziando a prenderci gusto. La forma era ancora ben lontana, neanche un miraggio, ma stava tornando qualcosa di ancora più importante: la voglia di correre. Al Cinema Monviso di Cuneo, nel weekend del Festival della Montagna, abbiamo proiettato la prima del docu-film “Linea Rotta – La vita non è Tot Dret” e rivivere sul grande schermo questo percorso e poi interagire con il pubblico mi ha riportato all’essenza della mia pratica sportiva in montagna. Ho rivissuto quei momenti e riassaporato quelle sensazioni. E’ stato utile per tornare a cercarle ancora più forti!

Con pochissimo riposo sono partito per il Cantone di Neuchâtel, in Svizzera. Per il secondo anno consecutivo ho corso la Swiss Canyon Trail 81K, una gara molto corribile: 83 chilometri e 3500 metri di dislivello tra boschi, canyon e mezza montagna. L’anno precedente avevo trovato pioggia, questa volta una splendida giornata di sole. Le sensazioni iniziavano finalmente a migliorare, ma dopo circa cinque ore, quando ho provato a cambiare passo, non sono riuscito ad accelerare come speravo. Mi sono accontentato di arrivare al traguardo in leggero calo, ma comunque solido e decisamente meno stanco rispetto alle oltre otto ore trascorse a correre. Ho cercato di evitare il paragone con i primi, corridori – atleti che “sanno correre” e che, in questo momento della stagione, semplicemente sono ad un livello superiore. Il mio obiettivo di scendere sotto le otto ore non è arrivato, ma la nota positiva era un’altra: avevamo la possibilità di continuare a impilare mattoni fin da subito.     Il prossimo appuntamento sarebbe stato una gara molto più vicina alle mie caratteristiche: la Dolomiti Extreme Trail, in Val di Zoldo. Avrei ricominciato a usare i bastoncini. Mi sarei sentito un po’ più in agio.

La DXT è stata un’esperienza potente. Tutto è nato dalla vittoria al Tot Dret e da quel cartello di legno plastificato che avevo deciso di alzare al traguardo per rappresentare Through Sport. Qualcuno l’ha notato. In Cina hanno visto quelle immagini e ascoltato l’intervista in cui avevo potuto raccontare non solo la mia corsa, ma anche la visione e l’impegno dell’associazione. Era il modo che avevo trovato per dare continuità a un risultato, per prolungarne il significato oltre la linea del traguardo. Così, dopo mesi di call, mail, organizzazione della squadra, business plan e personalizzazione delle divise, siamo partiti con due furgoni verso Forno di Zoldo, dodici persone accomunate dalla voglia di costruire qualcosa di bello. Tra noi c’erano due atleti a mobilità ridotta e un atleta non vedente. Con noi c’era anche Simone, videomaker di Torino, che si è proposto di raccontare attraverso le immagini il mio 2026 agonistico e tutto quello che gli ruota attorno.

La mia gara anticipava l’evento inclusivo e rappresentava soprattutto un test importante: correre di notte e mettermi alla prova su un terreno decisamente più adatto alle mie caratteristiche. Siamo partiti nel cuore della notte e, per quattro ore e mezza, ho combattuto soprattutto contro me stesso. La sesta posizione iniziale mi pesava più del dovuto. Mi sentivo poco brillante, avevo lievi fastidi intestinali e continuavo a non trovare quella confidenza nella corsa che cercavo ormai da settimane. Al secondo ristoro, a Fusine, ho incontrato parte della crew e Carletto. Gli ho dato una pacca sulla spalla che, probabilmente, serviva più a me che a lui. Dentro quella bolla negativa in cui mi ero chiuso, fermarmi qualche secondo e scambiare due parole con loro ha cambiato completamente il momento. Esternare i miei pensieri senza filtri, rendermi vulnerabile, significava anche permettere agli altri di sostenermi.        Ripartito dal ristoro, il quinto e il quarto erano poco più avanti. Li ho raggiunti quasi subito, li ho superati e ho continuato. Poco dopo, nella discesa verso Zoppè, ho intravisto il terzo e al ristoro successivo ero davanti anche a lui. Con l’arrivo della luce è cambiato tutto. L’energia ha ricominciato a scorrere e sono riuscito a incanalarla anche grazie alla squadra. Persone che avevano scelto di passare la notte sveglie per seguirmi, aiutarmi e tifare per me. Senza quasi accorgermene stavamo diventando amici.                                                    Verso il Monte Rite ho preso contatto visivo anche con il secondo. In quel momento ero convinto di poter rientrare. L’annebbiamento dell’occhio destro continuava a infastidirmi e nelle zone più luminose facevo fatica a vedere bene, ma non è stato quello il motivo della rincorsa mancata. Semplicemente non sono mai riuscito a trovare il feeling in discesa, né nei tratti più corribili. In salita, invece, mi sentivo davvero bene.                                                                  Chiudere quella gara al terzo posto, in 9h28’ sull’anello da 77 chilometri e 4900 metri di dislivello positivo, è stato comunque un grande onore. Sono entrato a Forno alzando ancora una volta quel cartello di legno. Ho trovato tutta la squadra pronta ad aspettarmi. Ci siamo abbracciati, abbiamo festeggiato insieme e qualche ora più tardi siamo saliti sul podio. In quel momento ho avuto la sensazione che quel risultato appartenesse un po’ a tutti.

La domenica non era il momento di riposare. Abbiamo indossato tutti la stessa divisa e ci siamo schierati sulla linea di partenza della nostra DXT Inclusiva: 12 chilometri e 550 metri di dislivello. Eravamo un gruppo unito e determinato. Ognuno dava il proprio massimo. La “Pantera Rosa” si muoveva tra i boschi e i paesi della valle. Qualcuno si è preso anche i crampi a forza di spingere le Joelette.                                                                                                                      Eravamo in venti persone, provenienti da almeno cinque nazionalità diverse. Ognuno aveva il proprio livello, le proprie capacità, il proprio modo di contribuire. Nel gruppo, però, non esistevano barriere. In poco più di tre ore siamo tornati a Forno, abbiamo tagliato il traguardo e concluso l’evento. Ma la verità è che il traguardo era arrivato molto prima. Era arrivato nel momento in cui avevamo iniziato a muoverci tutti nella stessa direzione. Quegli attimi rimarranno impressi nelle nostre vite molto più di qualsiasi classifica.

Rientrato dalle Dolomiti, i segnali del mio corpo sono rimasti buoni: recupero veloce e tanta voglia di lavorare. Ho chiamato Francesco e abbiamo studiato insieme il piano. Sono ripartito presto verso l’altura e ho ripreso il vero allenamento per le ultra con tutti i protocolli necessari. Sono salito al Rifugio Fauniera con una grande voglia di essere lì, ho parcheggiato il mio van davanti al rifugio e ho iniziato la mia vita in quota. Sto imparando ad amare la fatica e mi sento sempre più a mio agio in montagna. Quando c’è il sole, quando soffia il vento, adoro la pioggia scintillante che riflette i raggi della luce, i tuoni in lontananza e quella natura che, nonostante i suoi elementi, continua semplicemente a fare il proprio corso, trovando sempre una soluzione senza sprecare energie.

Di fatto qui iniziava l’estate. Sono partito per la Svizzera per effettuare una ricognizione sul percorso della X-Alpine: i primi giorni insieme a Simone, che ha continuato a raccontare con la videocamera questo viaggio e mi ha aiutato con la logistica, poi insieme a mio papà, che mi ha raggiunto per supportarmi nell’ultima giornata di sopralluogo.

Chiuse le tre gare primaverili sano e salvo, in cui la priorità era soprattutto allenarmi, è arrivato il momento degli appuntamenti A e A+.                                  Con il passare del tempo faccio sempre più attenzione alle parole che utilizzo, perché credo abbiano un peso e un’influenza sulle azioni. Per questo trovo riduttivo definire “obiettivi” le gare della stagione. Preferisco immaginare un percorso annuale, scegliere alcune tappe per verificare la direzione intrapresa e, solo all’interno di quelle, definire degli obiettivi coerenti con la mia evoluzione atletica, con il momento che sto vivendo e con ciò che l’allenamento mi suggerisce. Questo modo di vedere le cose mi aiuta a rimanere focalizzato sulla ricerca, sia durante la preparazione sia nel giorno della performance, senza trasformare ogni risultato in un peso o in un’esaltazione. Continuo a cercare di vivere con “obiettivi alti – aspettative basse”, prendendomi cura della salute spirituale, mentale e fisica e cercando di dare alla mia corsa un significato che vada oltre un traguardo o una classifica.

Ripensandoci, la primavera mi stava semplicemente ricordando che ogni stagione chiede di ricominciare da capo. Che nessuna forma dura per sempre, ma nemmeno nessuna crisi. Che la fiducia non si conserva: si costruisce, giorno dopo giorno, allenamento dopo allenamento. E’ necessario ricordarsi di sé quanto più possibile nelle azioni quotidiane.

L’estate, adesso, è davvero iniziata. Fa caldo… A valle. Quassù si respira bene.                                 È tempo di salire ancora. Ci rileggiamo tra qualche mese!


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