Esplorazione & Esperienza

Prima di partire

Fine giugno, o forse inizio luglio. L’unica cosa di cui sono certo è il giorno: un lunedì.

La sera prima ho salutato mio padre e sono rimasto a dormire sul Colle del Gran San Bernardo. Ho appena terminato il sopralluogo della X-Alpine ma, già che ci sono, rimango in quota per accumulare più ore possibili di esposizione in altura, un po’ a spizzichi e bocconi. Dopo cena, sul furgo davanti al lago, ho montato il letto e sono andato a stendermi tra l’erba e le rocce di fronte alla statua. Guardando il cielo e quelle montagne aguzze, iniziavo a sentire tutta la stanchezza di un lavoro terminato: una grande settimana sui sentieri svizzeri e circa 140 chilometri di percorso ormai impressi nella mia mente. Qualche pronostico, qualche previsione sui passaggi, anche se so che non è ancora il momento. Prima voglio smaltire la fatica dal corpo e dalla testa, poi inizierò a calcolare.

Al mattino ho le ossa rotte, una forte nausea, sono lento e rintronato. Sicuramente ho la febbre. Mi rigiro nella Maggiolina fino all’una e mezza del pomeriggio. Più che dormire mi sembra di svenire, precipitando in sogni profondi e agitati, finché il vento inizia a sbattere sulle tende e i primi goccioloni picchiano forte, amplificati dal tetto in vetroresina. Adesso serviranno tutte le energie rimaste per scendere, ritirare tutto e mettermi alla guida per i 300 chilometri che mi separano da casa, a Cavaliggi.

La grande fatica del lungo del sabato era probabilmente il preambolo di un virus tanto potente quanto veloce. Se lunedì sera il termometro segnava 39,5°, martedì mattina l’infezione sembrava già passata. Lo sconquasso, però, era rimasto e con Francesco abbiamo iniziato a pensare a come arginare la questione: un ciclo di probiotici, gestione conservativa fino a giovedì e soprattutto ascolto delle sensazioni, con una priorità assoluta sul ritorno in salute. Mancavano ancora dieci giorni alla gara e non ero preoccupato. Anzi, pensavo fosse meglio aver attraversato un momento così a distanza di giorni piuttosto che a ridosso della partenza. In fondo ci sono sempre dei “meno male” da qualche parte. Nei giorni successivi le sensazioni sono state altalenanti, ma non mi sono mai inquietato davvero. Avevo avuto sprazzi di ottime sensazioni durante il lavoro precedente e questo mi rendeva fiducioso e rilassato. Con il senno di poi, forse anche troppo.

Dovevo fallire

Sembrancher è uno dei paesi più silenziosi e rilassanti che abbia mai frequentato, il luogo ideale per un pre-gara. Quel tipo di silenzio che serve per dormire bene, rallentare e preparare i dettagli. La logistica dei ristori della X-Alpine non è stata semplice e abbiamo dovuto organizzare due squadre per l’assistenza. Eppure, fino alla partenza, tutto mi sembrava quasi una routine asettica. La mancanza di adrenalina può essere piacevole, ma a volte coincide anche con la disattenzione e, ripensando a quanti dettagli avevo ignorato, il risultato finale mi sorprende meno: DNF. Il mio primo vero ritiro senza che un trauma o una rottura mi privassero materialmente della possibilità di continuare.

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Fino alla decima ora di gara tutto sembrava andare bene. Poi qualcosa si è svuotato. A un certo punto ero talmente privo di emozioni e dolorante che, nella discesa dal Gran San Bernardo verso Bourg-Saint-Pierre, avevo già emesso il mio verdetto. Non potevo immaginarlo poche ore prima, ma forse il problema era iniziato ancora più lontano. Nel profondo non riuscivo ad accorgermi di cosa stessi davvero cercando: forse un confronto, forse sensazioni già vissute, forse la conferma di qualcosa che pensavo di essere. Cercandole continuamente ero rimasto fuori, o almeno a lato, dell’esperienza che stavo vivendo davvero.

Tra le montagne svizzere ho portato a casa 90 chilometri, 6100 metri di dislivello positivo, più di dodici ore di gara e tanti dubbi. Sostanzialmente dovevo fallire per imparare.

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Nel frattempo, tra gli allenamenti e il mio lavoro con Through Sport, mi sono aperto a conoscenze e interessi che sento sempre più collegati alla mia ambizione atletica. Amo la filosofia e l’antropologia, mi interessa capire come funzioniamo in quanto esseri umani. Perché i miei allenamenti, in fondo, non sono sempre soltanto velocità, chilometri o ripetute. Ci sono quelli che chiamo “i protocolli”, dettati da Francesco, il mio allenatore che da questo momento, per comodità, chiamerò Coach F. Ciò che l’anno scorso mi metteva in discomfort — allenamenti lunghi, a volte incastrati in orari decisamente poco convenzionali — oggi è diventato quasi una necessità. È lì che ho l’opportunità di andare in profondità, di mettermi realmente in rapporto con la natura, alla luce del giorno come durante la notte, di interagire con me stesso e con ciò che mi circonda a pieni sensi, esplorando la fatica, le paure e conoscendomi un po’ meglio attraverso di esse.

A questo si sono aggiunte letture e ascolti diventati importanti: gli insegnamenti di Gurdjieff, le condivisioni del suo allievo Ouspensky, Padre Guidalberto Bormolini, Lama Michel, la meditazione e qualche esercizio di yoga per centrarmi e stare bene. Il ricordo di sé e la consapevolezza della finitezza della mia vita mi stanno portando a provare a vivere questo presente da “sveglio”. Almeno il più possibile.

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Nell’analisi post X-Alpine, Coach F. mi ha spinto a indagare aspetti molto più profondi della semplice gestione di gara. Mai come quest’anno sono riuscito ad aprirmi con lui, sentendomi capito e accompagnato verso soluzioni mai imposte. Ed è qui che è iniziata la vera svolta, con un approccio che lentamente è sceso dalla testa fino a qualcosa di più profondo: “La competizione nell’ultra distanza come ricerca della migliore versione di me stesso”. Suona bene e sembra semplice. Non lo è. Bisogna andare in profondità prima ancora di provare ad andare veloce e lontano. Se poi questa ricerca coincide anche con una grande performance o con il miglior crono, tanto meglio.

Ricostruire senza fermarsi

La settimana dopo X-Alpine mi sono preso una vacanza, continuando però a vivere la mia passione — lo sport — al ritmo e all’intensità suggeriti dalle sensazioni. Finalmente qualche corsa all’alba prima di colazione e una notte al Bivacco Rousset, la nostra prima Experience con Through Sport. Ogni tanto è importante alzare lo sguardo e rallentare il passo, ma continuare a frequentare la natura rimane il denominatore comune che non riesco e non voglio abbandonare.

Sono tornato anche al Rifugio Fauniera insieme al CAI e ai ragazzi del Regina Margherita per un’attività di montagnaterapia. Dopo cena abbiamo guardato insieme “Linea Rotta” e la mattina successiva siamo usciti a camminare sui sentieri verso il Tibert. Poi, il lunedì, mi sono rimesso al lavoro. Il DNF mi aveva lasciato fisicamente integro e mentalmente pieno di energia verso TDS. Mi sentivo comunque fortunato: avevo ancora una possibilità, proprio sul formato nel quale volevo provare a confermarmi.

Sono risalito con il van davanti al Rifugio Fauniera e ho ricominciato ad accumulare ore di esposizione in altura e buoni allenamenti tra le montagne di casa. A fine luglio sono partito con mio papà per il sopralluogo integrale di TDS, da Courmayeur a Chamonix passando per il Beaufortain. Non essendo ancora disponibile la traccia ufficiale 2026, avevo recuperato quella del 2025 e così, dal Refuge de La Gittaz a Beaufort, ho seguito la vecchia deviazione. Me ne sono accorto solo una volta rientrato. Poco male: avevo comunque familiarizzato con l’ambiente. Nei momenti off abbiamo giocato a carte e a bocce e, durante il mio giorno di scarico, siamo usciti a fare una passeggiata insieme. Ho avuto un grande supporto logistico, ma soprattutto la possibilità di passare del tempo con mio padre nella nostra età adulta. Una cosa semplice, che semplice non è.

La rifinitura è andata davvero bene e con Marco e tutta l’équipe del Rifugio Fauniera mi sono sentito a casa. Ogni tanto pulivo le patate con Dona o davo una mano in giardino. I lavori agricoli mi riempiono sempre di gioia: riportano tutto a qualcosa di estremamente concreto, mentre buona parte delle mie giornate ruota attorno a numeri, sensazioni, recuperi e allenamenti.

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Il 10 agosto sono sceso a valle e ho iniziato il tapering insieme alla preparazione della strategia di gara. Mi sono sentito bene fin da subito, cosa tutt’altro che scontata dopo oltre 400 ore di esposizione in quota. Archiviando gli ultimi allenamenti brevi e veloci percepivo freschezza fisica e mentale. Lo stato di forma è una fusione di tante cose e sapere di avere al mio fianco una crew affiatata rendeva quei giorni pre-gara sorprendentemente rilassanti. Una dolce attesa. Ciò che avevo imparato negli allenamenti, soprattutto in quelli più sfidanti, era vivere ogni momento come un’esplorazione, nella freschezza come nella stanchezza. Senza cercare continuamente la perfezione, mi accorgevo che il lavoro fruttava, la condizione cresceva e io iniziavo finalmente a stare bene dentro quell’esperienza. Come mai prima.

Esplorazione ed Esperienza

Domenica 23 agosto siamo partiti per Morgex: Alice, Paolo ed io, direzione dello stesso campeggio dove avevamo dormito dopo il Tot Dret. Come pigiama ho usato la t-shirt del TORX, giusto per assicurarci di aver attivato tutti i protocolli scaramantici disponibili. In realtà nell’aria sentivo qualcosa di diverso: una specie di allineamento planetario. Spazio e tempo mi sembravano in sincronia e avevo una grande voglia di essere lì.

Lunedì pomeriggio ci hanno raggiunti Claudio, Fiorenzo e mia mamma. Eravamo al completo. Siamo andati a ritirare il pettorale, abbiamo fatto l’ultimo briefing, cenato e sono riuscito a riposare ancora un po’, finché verso le dieci di sera è iniziato il rituale dei preparativi. La concentrazione era totale, ma non totalizzante. A Courmayeur ho potuto riscaldarmi prima della partenza e poi sono entrato in griglia. Intorno a me c’erano Louison Coiffet, vicecampione del mondo di Long Trail, Rémi Brassac, nazionale francese di trail, Clovis Chaverot, reduce dalla sua migliore stagione e quasi imbattibile sul formato 100K, Gionata Cogliati e tanti altri atleti internazionali di livello.

Quel contesto, insieme al percorso che ci aspettava, avrebbe potuto spaventarmi. In passato lo avrebbe fatto, e in maniera disfunzionale. Avevo lavorato per mesi proprio su questo. Ho cercato di percepire tutto ciò che era esterno a me come un contorno: persone e situazioni che, momento dopo momento, avrebbero semplicemente accompagnato la mia esperienza. In fondo ero lì proprio per questo: esplorazione ed esperienza. Niente cronometro fisso nella testa, niente tempi di passaggio da inseguire ossessivamente, niente posizione in classifica da difendere. Il contorno poteva diventare uno stimolo funzionale, non una sfida continua. Nessuna battaglia inutile, nessuna energia sprecata oltre a quella necessaria, in quell’istante, per affrontare al meglio ciò che avevo davanti.

TDS è partita e presto sono iniziate a cadere le prime gocce di pioggia, proprio come annunciato al briefing. Salendo, pioggia e nebbia sono diventate sempre più intense e, dopo il Col des Chavannes, il terreno era completamente inzuppato. Nei ripidi prati si scivolava praticamente a ogni curva. Non saprei dire quale fosse la mia posizione in quel momento, probabilmente entro i primi venti, ma le energie erano concentrate su cose molto più semplici: rimanere in piedi, evitare le pozzanghere peggiori, alimentarmi e idratarmi nonostante il k-way che avvolgeva me e lo zaino.

Al Piccolo San Bernardo, dentro una tempesta di pioggia e vento, ho potuto salutare la squadra per una decina di secondi. Il primo ristoro dove avrebbero potuto assistermi sarebbe stato Bourg-Saint-Maurice, ma vederli lì, anche solo per un attimo, è stata una carezza al cuore. Stavo riuscendo a scorrere senza ricercare continuamente la fatica come indicatore della performance. Prima o poi sarebbe arrivata, su uno sforzo così lungo, ma riuscire a validare sul campo ciò che avevo cercato negli allenamenti rappresentava già una crescita. Ai ristori autorizzati passavo con uno o due minuti di differenza rispetto ai tempi previsti: la conferma di una gara estremamente conservativa.

Uscito da Bourg-Saint-Maurice mi aspettavano circa 2000 metri di dislivello positivo. Il giorno faticava a nascere dopo una notte perturbata, con nuvole e banchi di nebbia che filtravano la luce fioca dell’alba. Verso il Fort de la Platte ho iniziato a vedere una fila di atleti chini sulla pendenza. Stavo di un gran bene. Potevo scegliere il ritmo, rilanciare oppure rimanere costante e, una volta raggiunto il gruppo, l’ho naturalmente superato senza grandi fatiche. Ho scambiato qualche parola con Gionata: aveva un problema al tendine e non era nella sua forma migliore, ma ha deciso di agganciarsi e siamo rimasti insieme fino alla discesa prima di Beaufort. Proprio nel tratto che avevo mancato durante il sopralluogo. E proprio lì, tra la prima e la seconda aid station, avrei fatto segnare il miglior tempo assoluto della gara, nonostante uno zaino da 13 litri e, in due settori, un litro e mezzo d’acqua: tre flask invece delle solite due.

Il segmento tra Beaufort e Les Contamines lo conoscevo bene ed è trascorso regolare, considerando le ore, i chilometri e il dislivello ormai nelle gambe. Uscito dal ristoro di Le Signal, un conoscente francese lungo il percorso mi ha comunicato che ero terzo dopo il ritiro di Clovis. Dopo circa 125 chilometri ho ascoltato per la prima volta un distacco e sono diventato realmente consapevole della mia posizione.

Ho cercato di correre al meglio la discesa verso Notre-Dame-de-la-Gorge e poi tutto il lungo fiume fino all’aid station. Lì mi aspettava la crew. Pol e Fiore hanno corso con me il mezzo chilometro consentito prima del ristoro e Ali era pronta ad aiutarmi per farmi ripartire velocemente. Adesso sì, giocavamo per il podio. Era arrivato il momento giusto per la battaglia, ma davanti rimanevano l’ascesa al rifugio sotto il Dôme de Miage e poi il Col de Tricot: quasi 700 metri di dislivello in meno di due chilometri.

Sono uscito rapidamente dal ristoro. Non ho nemmeno finito la crema di riso al Nesquik, ho preso un pacchetto di Haribo allo zenzero e mi sono infilato lo zaino viola, quello che avrei portato fino a Chamonix.

La questione degli zaini, forse, la conoscete già.

L’unica piccola esplosione che mi è costata una quindicina di minuti è arrivata nella prima metà del Tricot. Un gel e qualche buona parola rivolta a me stesso sono bastati a rimettere le cose nella giusta prospettiva. Con Adrien, secondo in quel momento, avevamo fatto elastico per più di metà gara: in salita riuscivo a rientrare, nei tratti pianeggianti e soprattutto in discesa era lui ad allungare. Qualcuno lo ha visto male, ma io sono rimasto concentrato sulla mia performance e sul tentativo di tirare fuori, da ogni momento, la migliore versione possibile di me stesso.

Arrivato a Les Houches ho sbagliato un incrocio, aggiungendo circa mezzo chilometro, ma ormai la strada verso Chamonix era relativamente piatta e mi sentivo ancora capace di muovermi bene. Entrare in città dopo 154 chilometri e circa 9500 metri di dislivello potrebbe sembrare faticoso. Sicuramente lo è stato, ma la folla entusiasta ha attenuato qualsiasi sensazione fastidiosa.

Ho acchiappato al volo il cartello di Through Sport e trasformato quella lunga esperienza di scoperta ed esplorazione in una performance da 20h42’43”. Ero orgoglioso di percorrere quel rettilineo finale sotto la luce blu soffusa, con in alto il logo di Through Sport; di abbracciare mia mamma, Ali e Claudio; di dare il cinque al pubblico e poi farmi acciuffare da Fiore; di ritrovare la crew al completo, Pol compreso. Le loro anime buone avevano ballato insieme alla mia per tutto quel tempo. Questo sarà uno di quei momenti fissi, per sempre, nella mia memoria.

Avevo chiuso il podio: terzo sul campo, dietro Adrien e Rémi. Dopo i complimenti tra noi, qualche foto e un’intervista proprio sulla linea del traguardo, ho incontrato Kailas e siamo filati al loro chalet per brindare insieme.

Potevo dire di avercela fatta. Non soltanto perché ero arrivato terzo. Avevo fatto quel salto che avevo pensato, immaginato e cercato negli allenamenti: staccarmi dalla ricerca ossessiva della performance per andare verso la ricerca della mia migliore versione, qualunque fosse la circostanza. E finalmente avevo sperimentato che le due cose possono coincidere. La qualità dell’esperienza dipende anche dall’importanza e dal valore che attribuisco a entrambe. Essere riuscito a portare questo cambiamento dalla teoria alla pratica è probabilmente il KPI di crescita più importante di tutta la mia estate. Quello che sento potrà permettermi di avanzare ancora, e soprattutto in maniera più sostenibile.

Il podio che non c’è

🟨 Sul podio di Chamonix, però, non sono mai salito. Quasi un giorno dopo l’arrivo mi è arrivata una chiamata a comunicarmi la penalità di 45 minuti: quindici minuti per ciascuna delle tre aree di assistenza nelle quali avevo cambiato zaino. Il mio 20h42’43” e la terza posizione conquistata sul campo rimanevano la mia esperienza di gara, ma nella classifica ufficiale quei 45 minuti mi facevano scendere al sesto posto.

🟨 La regola c’era e la responsabilità di non aver letto quella riga del regolamento è mia. Non ho interesse a nasconderlo. Quello che ha reso la situazione difficile da comprendere è stato tutto ciò che era accaduto intorno a quella strategia. Il cambio dello zaino non era qualcosa che avevamo cercato di nascondere: al ritiro pettorale avevo dichiarato apertamente ciò che avrei fatto e, proprio per permettermi di spostare il chip da uno zaino all’altro, mi erano state consegnate due fascette. Ho poi effettuato i cambi davanti allo staff nelle aree di assistenza, senza ricevere alcun avvertimento durante la gara. Per questo, quando è arrivata la telefonata con la penalità, siamo andati direttamente negli uffici UTMB di Chamonix per capire.

🟨 Il confronto non ha cambiato la decisione. Ci è stato spiegato che il personale sul campo è composto anche da volontari e sono arrivate delle scuse per la gestione dell’informazione, insieme all’intenzione di prestare maggiore attenzione alla loro formazione. Rimaneva però una regola che io non avevo letto e una penalità che il giudice aveva deciso di applicare: 45 minuti. Severissima, dal mio punto di vista, soprattutto considerando che il cambio di zaino difficilmente può produrre un vantaggio prestativo superiore a qualche secondo. Nel mio caso, oltretutto, avevo utilizzato anche uno zaino di maggiore capienza e trasportato più acqua proprio in alcuni dei settori più impegnativi della gara.

🟨 Mi sono assunto la mia parte di responsabilità e, allo stesso tempo, non ho avuto bisogno di fingere che la frustrazione non esistesse. Esisteva eccome. Ma c’era una differenza enorme rispetto a qualche mese prima: quel verdetto non riusciva più a riscrivere le venti ore e quarantadue minuti appena vissute. Non poteva cancellare il modo in cui avevo corso, ciò che avevo imparato, la crew, il rettilineo di Chamonix, il cartello di Through Sport, né soprattutto la verifica più importante che ero andato a cercare. X-Alpine mi aveva costretto a mettere in discussione il modo in cui vivevo la performance. TDS mi aveva dato l’occasione di provarne uno nuovo. E funzionava anche adesso, forse soprattutto adesso, quando una classifica ufficiale raccontava qualcosa di diverso da ciò che avevo vissuto.

Uscendo da Chamonix sono riuscito progressivamente a scrollarmi di dosso la frustrazione. Quello che portavo a casa valeva molto più di una foto sul podio. La classifica ufficiale diceva sesto posto, il campo aveva detto terzo, ma nessuna delle due cose raccontava completamente la mia estate. La parte più importante era essere riuscito a vivere una competizione di quel livello senza farmi divorare dalla competizione stessa.

Ancora un po’…

Siamo arrivati così alla fine di agosto. Dopo TDS sono rimasto quattro giorni senza fare sport e sabato pomeriggio ho ripreso nuotando con Ali. Domenica un piccolo giro in bici e, man mano che tornavo a muovermi, anche il corpo sembrava ricordarsi come stare bene. La settimana successiva è stata ancora “vacanza” da venti ore sportive in relax, con un viaggio in bikepacking fino al mare durante il weekend.

Nel frattempo stava tornando anche il vigore mentale. Ho sentito Coach F. e abbiamo iniziato a parlare del finale di stagione. Avevo ancora voglia, il corpo era sano, correvo meglio e soprattutto desideravo continuare a farlo. Così abbiamo deciso di preparare qualcosa fuori dalla mia comfort zone: una gara più veloce rispetto alle mie solite, sul formato 100K, utile per allenare quelle qualità che inevitabilmente lasciamo un po’ da parte quando il massimo degli sforzi è rivolto alle 100 miglia alpine.

Questa volta, però, non sarà soltanto una gara.

Sarà in Oriente, lontano da casa e dentro una cultura che non conosco. Quindi sì: quest’autunno partirò per la Cina. E non sarà soltanto per correre.

Ma niente spoiler, ci aggiorniamo più avanti 😉


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